La maschera neutra

Chiara de Fernex

Una voce. Una urgenza narrativa. Un romanzo a cornice che ci racconta di una serie di pazienti ma, soprattutto, del medico che li ha in cura. 

Massimo ha lasciato il proprio Paese e ha dovuto adattarsi a Milano, città ostile, respingente. Sarà l’amico Pietro a presentargli Beatrice, un’anima segnata che in qualche modo disegnerà il suo destino. Ed eccolo diventare psichiatra. “Osservando i pazienti, mi era chiaro che a rendere gli uomini uno diverso dall’altro non sono le regole di normalità che adottiamo, bensì il grado di follia. Che la follia non è alienazione ma apertura verso qualcosa di più grande, in direzione di un disordine insito nella nostra anima, incomprensibile all’ordine razionale con cui pensiamo di poterci conoscere”. Anche il lettore osserva: la vita di Massimo, quella dei suoi pazienti, la loro malattia, i rapporti umani che subiscono o che faticano a costruire… problemi comuni che abbracciano e toccano temi universali.

Non capita spesso di incappare in un’urgenza narrativa raccontata con una “voce” interessante. Quando succede ti emozioni. Senti che hai per le mani qualcosa di significativo e intimo. Si crea così un rapporto speciale tra te e la storia, perché è come se l’autrice te la sussurrasse, come se lei fosse lì per raccontarla proprio a te. Solo a te. È andata in questo modo quando ho scoperto La maschera neutra (Fausto Lupetti Editore) di Chiara de Fernex.

Gran bella copertina! Partiamo proprio dall’inizio: mi racconti come è nato il titolo?
Riflettendo sul ruolo dello psicoterapeuta. Ho immaginato la maschera neutra come metafora attraverso la quale il medico entra in contatto con i pazienti. Nel libro, il personaggio di Massimo diventa uno psichiatra ma non riesce a mantenere la distanza necessaria. Non è in grado di indossare la maschera che gli darebbe modo di partecipare alle emozioni dei suoi pazienti senza però farsi travolgere. Questo, se da un lato lo porterà a perdere di professionalità, dall’altro gli insegnerà molto sul significato dell’amore e dei suoi molteplici risvolti.

Come nasce un romanzo a cornice? Da un personaggio, da un’idea di trama?
Quando ho iniziato a scrivere La maschera neutra non sapevo ancora come avrei strutturato il libro. In mente avevo solo l’idea della psicoanalisi. Volevo raccontare delle storie incentrate sul dialogo interiore, dove la consapevolezza di un disagio porta al conflitto ma anche al recupero e alla messa in gioco di sé stessi. Ho pensato che il modo migliore per descrivere un percorso di analisi fosse lasciare ai personaggi la libertà di narrarsi in prima persona. Al contempo, però, non volevo che il libro perdesse coesione. Così ho deciso di inserire i racconti all’interno di una vicenda chiave, quella dello psichiatra, che dà alla narrazione un respiro più ampio e più completo.

Dove nascono le tue storie?
Dal desiderio di raccontare l’estrema normalità che si racchiude proprio là dove siamo abituati a vedere il “diverso”.

Cosa accomuna i tuoi personaggi?
Ad accomunarli è il percorso che li vede passare da una realtà di inconsapevolezza a un momento di verità. Questa presa di coscienza è il motore che li spinge a interrogarsi su loro stessi tenendo conto di quelli che sono i limiti con cui ognuno di noi deve imparare a fare i conti. Sono personaggi che si trovano a vivere situazioni più o meno difficili e dalle quali dovranno distaccarsi cambiando, superando, perdendo e a volte semplicemente accettando di essere il risultato di tutte le esperienze che si sono fatte.

Ti confronti con argomenti critici, come riuscire a portare sulla pagina queste tematiche tanto delicate?
Mi guardo dentro alla ricerca di vissuti personali che possano aiutarmi a esprimere stati d’animo credibili ma che rispettino il giusto scarto tra me e le storie che ho scelto di raccontare. Poi cerco di rendere i personaggi capaci di parlare anche a chi non ha vissuto certe esperienze. Li metto nella condizione di affrontare temi universali come l’amore, la solitudine, il rimorso… così da portare alla luce quei sentimenti che, indipendentemente dalla nostra storia personale, ci legano a un sentire comune.

Sei appassionata di psicologia però non l’hai studiata. Una scelta o un rimpianto?
C’è stato un momento, finiti gli esami di maturità, in cui ho pensato di iscrivermi alla facoltà di psicologia. Poi ho capito di essere attratta più dal desiderio di misurarmi con alcuni aspetti del disagio mentale che dalla volontà di farne una vera e propria professione.

Vedo che ti interessa anche il teatro… cosa ti appassiona di questo linguaggio?
Ho ripreso e riadatto il concetto di maschera neutra che Jacques Lecoq ne dà scrivendo Il corpo poetico e ho letto Il lavoro dell’attore su sé stesso, perché credo che il metodo Stanislavskij si adatti perfettamente al lavoro che ogni scrittore dovrebbe fare per arrivare ai suoi personaggi. Ma, a essere del tutto sincera, conosco molto poco di teatro. Qualche anno fa è capitato che degli amici mi chiedessero di scrivere un breve monologo per un loro spettacolo andato in scena al teatro Libero di Milano. Forse non era Ronconi, ma è stata la prima occasione in cui ho visto un mio testo uscire dal cassetto della scrivania. Ricordo che la sera della prima c’era molta gente e quando la ragazza che doveva interpretare il mio monologo ha iniziato a recitare, ho capito che la vera soddisfazione nello scrivere l’avrei provata solo comunicando qualcosa agli altri.

Cosa significa esordire oggi?
Dipende. Può essere un’occasione, un abbaglio, una strategia di marketing. Per me è stata una prima conferma: il punto necessario dal quale partire sapendo di percorrere una strada piuttosto trafficata.

Sei al lavoro su qualcosa d’altro?
Sì. Sto lavorando a una storia a due voci. Rimango fedele alle tematiche del disagio ma questa volta vorrei inserire la vicenda in un contesto storico preciso, quello che ha visto l’Italia combattere contro l’occupazione durante il lungo inverno del 1944.

La maschera neutra, Chiara de Fernex, Fausto Lupetti editore, p. 185 (15 euro)

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