Mia sorella è una foca monaca

Ci pestammo a lungo nello spiazzo dietro la scuola. Io avevo visto qualche incontro di pugilato in TV, e lo colpivo – o tentavo di farlo – come avrebbe fatto Oscar Moya, che era un boxeur molto in voga in quel periodo, uno che picchiava forte e continuo, senza dare tregua agli avversari. Quasi sempre, Oscar chiudeva l’incontro prima del limite.
Riccardo non seguiva la boxe, ma era un patito dei film di Schwarzenegger. Non credo che fosse patito di nient’altro, tranne che di Elena. Elena era la ragazza per la quale ci stavamo picchiando. Non che lei lo sapesse. Nessuno le aveva detto: «Guarda che se le stanno dando per causa tua». Entrambi ne eravamo innamorati, ognuno a modo suo. Mentre parlavo con lei, qualche giorno prima, durante l’intervallo, Schwarzy mi aveva chiamato un attimo, dicendomi: «Stalle alla larga, minchione». Prima di allora non ci eravamo mai rivolti la parola. Dopo cominciammo a comunicare solo a quel modo, con insulti e intimidazioni. Anch’io mi piazzavo a guardare Schwarzy in cagnesco, con saette di minaccia negli occhi ogni volta che li vedevo parlare. Elena chiacchierava un po’ con tutti, certo le piaceva civettare. Non aveva la fama della troia, ma qualcosa di troiesco sì, come tutte le belle ragazze della nostra scuola.
Quel giorno, dopo un’interminabile sequela di provocazioni, io e Schwarzy eravamo finiti alle mani. Nello spiazzo, tra acclamazioni e incitamenti per l’uno o per l’altro, si era riunita parecchia gente.

Mia sorella è una foca monaca,Christian Frascella, Fazi , p. 289 (17,50 euro)

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