La paziente delle quattro

Seduto nel piccolo studio, lo psicologo appoggia i gomiti sulla scrivania e affonda il viso nelle mani, augurandosi che la paziente delle quattro non si faccia viva. Di solito non prende appuntamenti dopo le tre del pomeriggio, ma per lei ha deciso di fare un’eccezione. Una piccola concessione, visto che lei lavora di notte, si alza tardi e può venire in studio solo nel tardo pomeriggio, come gli ha spiegato al telefono. La sua voce, triste e arruffata come una stanza di motel abbandonata in fretta, lo aveva vagamente incuriosito. Le piccole concessioni, gli piace dire ai pazienti, sono come gli spiccioli: tutto sommato è con quelli che deve cavarsela la maggior parte di noi. Le monetine sono le nostre abitudini, la routine, il quotidiano; la loro somma ti dà la misura della vita di ciascuno.
La sua routine quotidiana, per esempio, è semplice e lineare. Si sveglia ogni mattina nel suo appartamentino, fa la doccia e si veste. Le stanze sono volutamente buie. Alti scaffali di legno zeppi di libri fi ancheggiano le pareti del soggiorno. In passato, nei suoi giorni di ricerca e smarrimento, in quei libri si immergeva. È da molto, ormai, che si è stancato; o, per come la vede lui, che si è calmato. Tuttavia in quei mattoni di carta allineati trova conforto, come se sorreggessero il soffitto.
Si veste, va in cucina, prepara il tè e si siede a leggere il giornale. Disseminati per la stanza, oggetti di ogni genere – regali e souvenir ricevuti negli anni dai pazienti. Sopra il tavolino quadrato è appesa una riproduzione del  Table au jardin di Bonnard, dono di una violoncellista borderline che una notte era comparsa sul prato di casa e si era data fuoco ai capelli. « Sei uno scarafaggio! » gli aveva urlato, « uno scarafaggio. Ti spiaccico con il piede. » Gli piace osservare il dipinto: una tavola apparecchiata fra gli alberi, una sedia, una bottiglia di vino e una luce gialla che si spande dai rami con una vivacità sorprendente.
Il piatto di ottone intagliato che è posato sul tavolo è il regalo di un’altra paziente, un’agente di viaggio dalle lunghe treccine, che aveva aiutato a superare la fi ne di una relazione sentimentale. Quando le aveva chiesto di riassumere in un ricordo il rapporto, lei aveva raccontato che il suo compagno le aveva insegnato a lavarsi i denti con la radio accesa. Se ti spazzoli dall’inizio alla fi ne di una canzone, le aveva spiegato, hai la certezza di averlo fatto per tre minuti, il tempo giusto. E poi era scoppiata a piangere.

La paziente delle quattro, Noam Shpancer, traduzione di Guido Calza, Ponte alle Grazie, p. 243 (16,80)

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