Autobiografia? Si salvi chi può!

Se per parlare di te, ti inventi delle storie: a. sei un narratore (o vorresti esserlo); b. forse non sei proprio egocentrico ma neppure si può dire che il tuo ego sia normodotato. Magari sei riservato, non lo dai a vedere, oppure lo gridi ai quattro venti che vorresti essere uno scrittore. Che tu lo dica o no, hai un’aspirazione ben precisa.
Scrivi storie e hai scoperto che puoi travasare quello che ti capita sulla pagina, creando i personaggi, facendogli vivere le tue esperienze e provate le tue emozioni. Ma sei anche un sognatore curioso e vai a caccia di ciò che non conosci. Scivoli nei panni di altri, simuli nuovi possibili presenti. Ti togli persino qualche soddisfazione che il destino non ti ha ancora concesso. Magari scrivi per completarti, in cerca del tuo doppio o per conoscerti più a fondo. E mentre lo fai, metti in scena quello che più ti spaventa, che vorresti. O che, purtroppo, non è successo.
Magari, dico io. Perché, nella realtà, spesso gli esordienti per parlare di sé, parlano di sé e basta. Senza domandarsi se quello che stanno scrivendo sia interessante ed emotivo anche per qualcun altro. Le autobiografie sono un suicidio narrativo e l’agonia dell’autore si consuma per centinaia e centinaia di pagine.
Se uno di cognome fa Hemingway, qualcosa da raccontare ce l’ha. Perché ha avuto una vita ricca e ha saputo andare a caccia di storie e soprattutto metterle sulla pagina. Ma quanti possono dire di avere questa stessa fortuna?
Non che non si possano raccontare esperienze e fatti ordinari, intendiamoci. Far vedere al lettore ciò che è conosciuto e scontato con occhi nuovi dà le vertigini. E, forse, è la sfida più alta di una letteratura che voglia raccontare e spiegare il mondo che ci circonda.
Scrivere di ciò che si conosce, però, non significa scrivere solo di sé.
Quando un editor riceve un dattiloscritto e legge che “la storia è autobiografica” sta già sbadigliando. La storia vera di uno sconosciuto a chi interessa? Lui, come il lettore, vuole una trama. Cerca fatti che sappiano avvincerlo e che siano credibili, anche se del tutto inventati!
Dire “ho scritto una storia” significa che hai perso tempo a inventarne e costruirne una. Significa che qualcosa ti ha colpito a tal punto da volerne parlare. Ed è già un buon modo per cominciare (anche se il tutto si dovesse rivelare una vera schifezza!).
Un’autobiografia, invece, ti mette subito in una posizione scomoda: hai scritto di te, quindi pensi di avere una vita interessante e pensi di essere una persona interessante. Così, oltre a persuadere il lettore delle tue convinzioni, ti tocca pure recuperare punti simpatia.
E poi c’è un problema non da poco: la distanza emotiva. Una cosa che ti riguarda, ti emoziona perché parla di te e di fatti che ti hanno segnato. E quando li racconti, le sensazioni a essi legate riaffiorano dal passato e ti investano come uno tsunami. Quindi, quando scrivi della tua vita, non sei un giudice imparziale.
Le autobiografie vanno a braccetto con le biografie* che accompagnano certi dattiloscritti (colme di sconosciuti premi letterari vinti e di titoli di libri mai pubblicati) quelle che in un secondo, da esordiente, ti trasformano in un novellino.

* Siate semplici. Low profile, direbbero gli inglesi. Presentatevi brevemente (siete persone educate ma non avete bisogno di sbrodolarvi addosso) e mettete i vostri dati (in modo che sia facile contattarvi). Punto. Preoccupatevi di più del testo, dei refusi, della sua leggibilità (evitate i font astrusi e che il corpo carattere non sia un attentato alle diottrie). E aggiungete una sinossi puntuale: un riassunto dell’intreccio (non della storia, ma di come avete scelto di raccontare la vostra storia) dall’incipit alla chiusa, senza omissioni.

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4 Commenti

  • Catherine Reply

    8 marzo 2012 at 20:42

    Colgo l’occasione per consigliarne una di autobiografia che sto leggendo: Seminario sulla gioventù di Busi. Secondo me è bellissima. Va bene tutto: autobiografie, gialli o fantasy o altro: basta saperli scrivere… Ma questo, appunto, è un altro problema:-)

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      8 marzo 2012 at 21:54

      Ah, Catherine che bel titolo! Uno di quelli del cuore, davvero. Basta saperli scrivere, già 😉 Un abbraccio!

  • Vincenzo Reply

    12 marzo 2012 at 10:17

    Io penso che per scrivere un’autobiografia non occorra essere Hamingway. Che nn occorra avere alle spalle una vita straordinaria. E se un X sconosciuto nella sua ordinarietà ha dello straordinario da raccontare? E se vuole farlo in prima persona, mettere il proprio nome perché la terza proprio non ci sta ed un nome Y proprio non riesce ad inciderlo nero su bianco? Ah, già, siccome è un autore X sconosciuto iniziate già a sbadigliare. Date tutto per scontato, per già scritto, per estremamente noioso senza in realtà sapere cosa vuole comunicare, quali sono le sue riflessioni, perché più che un’autobiografia potrebbe essere una serie di riflessioni sul circostante vissuto. Eh, già, due volte, ai lettori non interessano le riflessioni di un X sconosciuto. John Fante, Charles Bukowski, solo per fare due “piccoli” esempi,non han fatto altro che narrare della loro straordinaria ordinarietà, a volte noiosa e ripetitiva ma siccome l’han fatto usando l’alterego son divenuti geniali, secondo voi. Geniali lo son stati davvero e continuano ad esserlo perché hanno avuto il coraggio di rompere le righe. Hanno avuto il coraggio di narrare la realtà così com’era e come ancora continua ad essere. Sopprimere il proprio IO cercando consolazione nella vita altrui, di chi ha avuto “fortuna”. Ma pensate davvero che ai lettori interessi l’autobiografia degli attuali v.i.p.? Non fate altro che propinarci autobiografie straordinarie di calciatori, veline o di amici di Amici ed altre cagate simili (99 volte su 100 son scritte da esperti, non di certo da loro…che tristezza!) Si vendono? Ovvio! Le librerie son piene zeppe e per la pubblicità, anima del commercio, si utilizzano tutti i canali a disposizione. Provate a far la stessa cosa con autori X sconosciuti e vedrete che anche questi venderanno. Provate a leggerli fino in fondo a coglierne l’essenza e vi renderete conto quanto di straordinario c’è in quelle vite ordinariamente “noiose”. Consigliateli invece di cestinarli con risposte standard, quando ci sono, che non rientrano nella vostra linea editoriale. Di manoscritti ne ricevete migliaia ogni dì e quindi diviene impossibile leggerli tutti. Su questo vi do pienamente ragione ma vi siete mai soffermati almeno per un solo attimo a pensar che tra queste migliaia di autori X sconosciuti vi sia sfuggito colui che sarebbe potuto divenire un nuovo Hamingway? Ma sì, che importa, tanto ci son le straordinarie vite di calciatori, veline, amici di Amici ed altre cagate simili che soffocano il pensiero perché in una democrazia che si rispetti l’importante è non pensare, o meglio, non far pensare.

    Vincenzo Carofiglio – Linea di confine – Cleup Editrice

  • Chiara Beretta Mazzotta Reply

    12 marzo 2012 at 16:39

    Ciao, Vincenzo, perché mi dai del voi?
    E io non ti propino proprio nulla, sono un editor di una agenzia e non un editore. Magari la prossima volta dai un occhio, così facciamo una chiacchierata come si deve, partendo dal presupposto che io con gli esordienti ci lavoro, occupano la mia vita, dedico a loro il mio tempo. Insomma, non sono una questione di marketing. Più di cuore, se vogliamo.
    Comunque.
    Nel mio post parlo di narrativa, non di saggi, non di riflessioni e tantomeno di biografie dei vip!
    Si vede che non mi segui, poco male, ma sapresti che non è quello che mi interessa o di cui parlo. A me interessano le storie e i personaggi. E se proponi narrativa, dovresti avere una trama, perché il lettore pare che cerchi un intreccio, una storia e dei personaggi. Poco importa che siano veri o no, quello che conta è che siano credibili.
    Se un giovane esordiente ha una storia personale interessante, se uno sa raccontarla, ben venga (è un’operazione difficilissima raccontare il “personale”, guarda Anthony Burgess che in Arancia meccanica si mette nei panni del carnefice per raccontare un episodio di cui è stato vittima, proprio per gestire e recuperare la mancanza di distanza emotiva) e se leggi bene parlo di capacità di narrare il mondo con uno sguardo che sappia rendere eccezionale l’ordinario. Ti confesso che autobiografie di esordienti, leggibili (non pubblicabili) non ne ho mai trovate in tanti anni.
    Un conto sono i romanzi di formazione, tutt’altro sono pagine e pagine di riflessioni avulse da un intreccio. Pagine in cui una persona scrive ciò che lo ha emozionato senza domandarsi a chi scrive e se ciò che scrive è davvero interessante.
    Parlo di una disposizione d’animo, di attenzione verso il lettore.
    E a proposito del non pensare, magari dai un occhio ai libri che consiglio e perché.
    Vista l’ira funesta, ti candido per fare qualche recensione al peperoncino nella sezione Scelti da voi!
    Alla prossima e buona lettura,

    Chiara

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