Madre, padre, figlio

Toglie le lenzuola e lo mette sdraiato sul tappeto accanto al letto. Lui urla con voce quasi irriconoscibile e il suo visino tondo è rosso per lo sforzo. Sono le dieci e mezzo, è da quattro ore che cerca di farlo dormire. Ma la gola gli fa così male che non riesce a tenere il ciuccio in bocca e senza ciuccio non c’è speranza. L’Alvedon ormai non serve più; deglutire gli causa tanto dolore che non mangia quasi e a stomaco vuoto non può assumere la penicillina. Quanto a lei, da tre giorni è talmente stanca che lo sfinimento è diventato la sua condizione normale. Ma non una sola volta ha alzato la voce, non una parola dura le è uscita dalla bocca. La considera una vittoria.
Il conto alla rovescia dentro di lei non si ferma un attimo. Conta i giorni, le ore e i minuti che mancano al ritorno di Mats. In questo momento: quattro giorni, dieci ore e trenta minuti. Mats è in Giappone per un seminario tecnico e lì il Gsm non funziona, quindi non può neanche chiamarlo per sentire qualche parola di conforto. Meglio così, comunque, sapere come se la passano lo disturberebbe e basta, lei si metterebbe senz’altro a piangere, e il suo stoicismo verrebbe presto sostituito dall’autocommiserazione.
Raggiunge il bagno con le braccia piene di lenzuola sporche e ficca il fagotto in lavatrice. Prima di versare il detersivo e impostare la macchina, decisamente troppo piena, sui sessanta gradi, prende istintivamente dal cesto alcuni capi dello stesso colore e infila anche quelli nel cestello.
Le urla del bimbo si interrompono all’improvviso, e lei, in quel silenzio, sente che lo stomaco le chiede disperatamente del cibo. Non ha davvero fame, ma fa una deviazione in cucina per agguantare dalla ciotola sul piano di lavoro l’ultima banana, più marrone che gialla. Nello stesso istante le urla ricominciano. Si affretta a tornare in camera, si siede ai piedi del letto sfatto, solleva il bambino e se lo mette a pancia in giù sulle ginocchia e gli massaggia la schiena. Alla televisione danno un film americano che tenta di seguire senza sonoro, mentre la banana le si impasta in bocca e con la mano destra accarezza in maniera meccanica il piccolo, che sembra inconsolabile.
Il film finisce solo qualche minuto dopo e sullo schermo cominciano a scorrere i titoli di coda. Spegne la televisione, si alza a fatica con in braccio il bimbo singhiozzante e va alla finestra. Due uomini di mezz’età stanno passando sul marciapiedi di fronte e, poco più in là, si scorge una giovane coppia. La pioggia insistente che è caduta praticamente tutto il giorno è finalmente cessata.
Cerca di far stare il bambino ritto sul davanzale interno, tenendolo per le mani, ma la cosa non gli interessa, il piccolo si limita a scalciare stizzito senza appoggiare i piedi. Lo solleva, posa la sua testina sulla spalla e gli annusa i capelli. Sono fradici di sudore e le sue urla sono come lame nelle orecchie. La mancanza di riposo le annebbia la vista, fa fatica a tenere gli occhi aperti, anche se in realtà non le sembra di avere sonno. In quel preciso momento deve confessare che prova più compassione per se stessa che per quel piccolo essere umano, a cui pure vuole bene profondamente e che soffre così tanto tra le sue braccia. S’impossessa di lei un inequivocabile desiderio di vendetta. Verso qualcosa che non ha nome, inafferrabile, astratto, impossibile da sconfiggere. Si alza con un sospiro e, con il bambino in braccio, va all’ingresso.
Esita un attimo prima di infilare la chiave nella serratura, poi pensa che di venerdì sera è più concreto il rischio di un’intrusione da parte dei ladri che quello di un incendio. E chiude con cura la porta d’ingresso, dall’esterno.

Madre, padre, figlio, Carin Gerhardsen, traduzione di Alessia Ferrari, Dalai

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5 Commenti

  • Aldo Costa Reply

    20 maggio 2012 at 12:59

    Mi è successa una cosa simile con il terzo figlio. Mia moglie era fuori e dovevo badarlo io. Il piccolo continuava a piangere e sputava il ciuccio. Allora ho avuto l’idea, creativa per me, criminale secondo mia moglie e secondo la questura: ho fatto passare un elastico attraverso i due buchi laterali del ciuccio e l’ho passato dietro la testa del bambino. Ho messo il tutto sulla seggiolina inclinabile sopra il tavolo e mi sono messo a fare le mie cose. Fine dello stress per tutti.
    Incompreso, sono stato cazziato al rientro della moglie e giuro che, dopo 15 anni non ho ancora capito il perché.

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      22 maggio 2012 at 9:25

      Ahahahahah… meno male che son passati 15 anni, se no arrivavano di corsa i servizi sociali!

  • Denise Cecilia S. Reply

    20 maggio 2012 at 13:11

    […] deve confessare che prova più compassione per se stessa che per quel piccolo essere umano, a cui pure vuole bene profondamente e che soffre così tanto […]
    Questo passaggio, anche se riferito ad un contesto diverso, mi ha toccato personalmente; e credo che proverò a leggere questo libro (nella speranza che, a differenza della gran parte degli autori svedesi che ho testato, non riduca i pure complessi drammi interiori e relazionali delle persone ad inquietanti ed eccessive, morbose parodie).

    Confesso che per un paio di paragrafi ho temuto che il bimbo fosse inavvertitamente finito in lavatrice in mezzo ai panni O.o Ehem.

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      22 maggio 2012 at 9:27

      Stesso terrore, Denise. Spero ti piacerà, ma ricorda che è un romanzo di genere…
      Alla prossima!

  • Denise Cecilia S. Reply

    23 maggio 2012 at 20:16

    I servizi sociali certo non erano necessari (capisco che talvolta le scienze umane appaiano eccessivamente premurose, ma voi davvero trovate che certi metodi educativi ‘di una volta’ fossero più sani? Io no), eppure con tutto il rispetto non capire che quel gesto era una violenza per il piccolo mi pare veramente strano.
    Giusto non mettersi le mani nei capelli per ogni pianto di un bambino – cercare di capire perché piange, invece, è doveroso – ma obbligarlo a tenersi in bocca un cuccio che non vuole, e che gli impedisce di sfogarsi liberamente è come mettere uno straccio in bocca ad un adulto che sta parlando.
    Respira col naso, certo… peccato che avesse bisogno di respiri più profondi.

    Un conto è farlo per gioco, e per definizione – si sa – un bel gioco dura poco, in questo caso pochi secondi; il tempo di ridere e via.
    Un conto è adottarlo come un sistema per starsene in pace.
    Mi spiace, ma non è una cosa su cui si possa scherzare. Fossi stata zitta sarei stata non prudente, ma vigliacca. E sia chiaro, prima che qualcuno si agiti, che la mia disapprovazione è tutta per il gesto e per l’inconsapevolezza; non altro.

    Chiara: non so, è un territorio che in genere non esploro. Ma se non si riduce a ‘Uomini che odiano le donne’, può andare 😉

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