Sotto questo cielo intatto

La fotografia in bianco e nero di una famiglia: un uomo, una donna e cinque figli. Sul retro, scribacchiate in una fitta grafia antiquata, compaiono le parole «Willow Creek, Alberta, 1933».
Quella sarà l’unica foto a ritrarli tutti assieme. Sono davanti a un granaio fatto di tronchi sbozzati a mano. Gli adulti sono seduti su due seggiole di legno, al centro dell’inquadratura. Indossano i vestiti buoni della domenica.
L’uomo, coi capelli corti, porta una camicia bianca inamidata dal colletto alto, il cravattino annodato ben stretto, un completo scuro di lana e un paio di scarponi sfondati. Sembra alto di statura. Tiene le grandi mani posate sulle cosce. Ha le gambe incrociate.
La donna indossa un abito scuro e castigato, lungo fino al ginocchio, e scarpe dal tacco basso con robuste fibbie alla caviglia. Senza calze. In grembo tiene un bambino, una macchia bianca e sfuocata che si dimena per sfuggire alla vigorosa stretta della madre. È rotondo e grassottello, in netto contrasto con le altre figure, molto più esili.
Tre sorelle, sistemate in ordine decrescente in base all’età, inframmezzano i genitori. A un’estremità c’è il figlio maggiore. Si staglia dritto come un fuso. Il mento in fuori. Benché tutti indossino abiti estivi, sono sprofondati in dieci centimetri di neve.
Hanno lo sguardo fisso in avanti, gli occhi persi nell’ombra. Inespressivi. Le braccia rigide, schiacciate lungo i fianchi. Trattengono il respiro mentre il fotografo conta: centouno, centodue, centotré…
Nel giro di tre anni, quella fattoria sarà pignorata. E ancora due anni dopo, un membro della famiglia morirà, mentre altri due, di cui non rimangono scatti, verranno uccisi.
Ma quel giorno, nell’istante successivo al chiudersi dell’otturatore, la famiglia riprende fiato e sorride.

PRIMAVERA 1938
«Presi!». Ivan fa capolino dal fienile e solleva trionfante il secchio in direzione del cugino, Petro.
Un variegato branco di gatti randagi intona un coro di miagolii lamentosi cingendo d’assedio le gambe ossute di Petro, che starnutisce per il fieno e la polvere. Ivan scende goffamente dalla scala di fortuna reggendosi con una mano sola, il secchio che gli sferraglia a fianco. Salta gli ultimi pioli fino a terra e, con la mano libera, tiene fermo il piatto di coccio scheggiato che fa da coperchio.
«Quanti sono?», indaga Petro, già carponi ad aprire un varco nel fieno per il bottino. I gatti si accalcano tutt’intorno.
«Più di uno. È pesante». Ivan poggia il secchio e, con cautela, discosta il piatto di un paio di centimetri. I bambini scrutano nella fessura nera.
«Li vedi?», domanda Petro.
Ivan inclina il secchio e, al tramestio delle unghiette contro il metallo, i felini socchiudono gli occhi e drizzano la coda. «Tre». Ivan urta un gatto per allontanarlo e infila la mano nel secchio. Tira fuori un topo grasso per la coda e lo tiene in alto sopra i predatori. «Scommetto che lo prende quello rosso. Ci scommetto il mio teschio di gopher».
«In cambio di cosa?». Petro diffida delle scommesse del cugino più piccolo, visto che è quasi sempre Ivan a vincerle.
«I tuoi calzettoni di lana».
Petro valuta attentamente la posta in gioco. L’estate è ormai alle porte e presto non ne avrà più bisogno. E poi sono consumati sulla punta e sul tallone. «Affare fatto».
Un tigrato rosso si fa avanti, ma una femmina smilza dal manto nero – le mammelle che le strusciano a terra, deperita dall’allattare l’ennesima figliata – gli soffia contro. Inarca il dorso in segno di sfida e soffia contro il naso del tigrato rosso, costringendolo a indietreggiare di mezzo metro.
«Scommetto che lo prende la nera», ribatte Petro. Ivan molla nella mischia il topo irrequieto.
Per un istante, il roditore resta fermo. Immobile. I gatti indugiano. Il topo sbatte le palpebre. Gira su se stesso e sfreccia tra le gambe di Ivan, verso il campo aperto. Un nugolo di gatti si lancia all’inseguimento, seguito dai bambini scalzi che gridano: «Acchiappatelo, acchiappatelo!».
Il gatto rosso raggiunge il topo per primo e salta. Il topo, percependo l’ombra del predatore in volo, frena e slitta di lato. Il gatto atterra con un tonfo sordo, affonda gli artigli nella coda del roditore, staccandone la punta.
Uno squama di tartaruga dal pelo arruffato, guercio e senza un orecchio, balza di sorpresa mentre il topo annaspa, con l’addome schiacciato a terra.
La gatta nera si apre un ampio varco e si avventa direttamente sul topo. Lo mastica con gli incisivi per spezzargli il collo. «Ho vinto! Ho vinto!», esclama Petro. Il topo si torce e si arrampica sulla gatta, si scuote e atterra ancora in corsa, ferendosi a una zampetta. «Laggiù!», urla Ivan. I bambini sgambettano tra la stoppia.
Il tigrato rosso scivola sul terreno fangoso e piomba sul topo, bloccandolo tra le zampe. Il gatto se lo spinge in bocca, sgranocchia una sola volta e lo sputa a terra. Poi schiaccia la preda con gli artigli. Il topo giace immobile, scuotendo solo una zampetta. Il felino emette un ringhio di avvertimento. Tutti gli altri gatti filano via, tranne la nera, che si acquatta sul ventre agitando la coda.
«Ho vinto», proclama Ivan.
«Non è finita finché non muore», protesta Petro.
«È morto», decreta Ivan. I bambini si accovacciano.
«Respira ancora», constata Petro.
Un pesante scarpone di pelle nera si abbatte sul terreno davanti a loro. I bambini sentono le ossa del topo scricchiolare, vedono il sangue scorrere da sotto le crepe della suola.

Sotto questo cielo intatto, Shandi Mitchell, di traduzione di Velia Februari, Fazi, p. 374, (18 euro)

0 Commenti

Lascia il tuo commento

Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password