La fuga dei vinti


La lunga colonna di soldati procedeva lenta sotto la pioggia incessante del mattino, con il suo scalpiccio che si poteva udire a parecchia distanza nella campagna avvolta dal silenzio. Quei soldati, avvolti nei pesanti pastrani per la pioggia, erano in ritirata. Fuggivano da un nemico furbo e superiore, capace di respingerli per due lunghi anni sull’Isonzo e il Carso in micidiali battaglie difensive, ma che adesso era passato all’attacco dimostrando tutta la sua furia distruttrice, in grado di annientare battaglioni, reggimenti o un’intera armata.

La colonna era guidata dall’ufficiale di grado più elevato rimasto, il capitano Teani. Faceva parte della cavalleria, e il solo fatto di ritrovarsi appiedato assieme ai fanti non lo rallegrava di certo in quel momento già triste; per di più era l’unico superstite del proprio reparto, perché i suoi uomini risultavano morti o dispersi nella concitazione della rotta, fra scontri e diserzioni.
Si era ritrovato in quel gruppo per caso, sulla rotabile per Udine, sperando di ricevere nuovi ordini o almeno qualche utile informazione per riorganizzarsi contro il nemico in avanzata.
Invece capì ben presto che non c’erano ordini per nessuno. Quel fiotto di sbandati non aveva né comandanti né destinazione; erano esausti della guerra che sembrava persa, e si stavano semplicemente allontanando dalla prima linea, dove il nemico aveva superato ogni difesa.
L’ufficiale li aveva quindi presi in consegna e ora li guidava nella campagna friulana, nutrendo la speranza di ricongiungersi con il grosso dell’esercito, finito chissà dove durante quei giorni disperati. Non immaginava nemmeno a quale distanza fossero gli austriaci, e dentro sé pregava perché non li avessero già accerchiati, in una sacca senza via d’uscita.
Sforzandosi di risultare ottimista, spronò ancora una volta gli uomini ad avanzare sotto la pioggia incessante, che rendeva pesante ogni passo su quella strada ridotta ormai a un acquitrino. Tra i soldati erano presenti anche un giovane tenente e due sergenti della fanteria, grazie ai quali riusciva a impedire disordini e defezioni.
Teani si scostò dalla colonna, osservandola per alcuni istanti. Gran parte dei soldati apparteneva alla fanteria, il cuore dell’esercito italiano, capace di pagare il maggior tributo di sangue nel corso della guerra. “Carne da cannone” la chiamava quasi con disprezzo il capitano, visto il suo legame con la cavalleria, un corpo d’elite non certo abituato a marciare nel fango.
C’erano poi alcuni elementi del Genio, dei Granatieri, Bersaglieri, un intero plotone di mitraglieri e un gruppetto d’Alpini, giunti lì da chissà quali montagne. Quella colonna riassumeva le forze dell’esercito italiano, un esercito sconfitto e alla deriva, con un futuro tutt’altro che roseo.
Il capitano voleva soltanto tornare al proprio reparto, ma in quel momento era costretto a superare una dura prova, forse al di sopra delle sue reali capacità di comando. Aveva sotto la sua responsabilità uomini sfiduciati che non conosceva, a un passo dalla diserzione, affamati e stanchi.
In più il nemico poteva essere ovunque.
Lasciò ancora una volta i suoi pensieri affannosi, cercando il tenente con lo sguardo ma, non trovandolo, lo richiamò a gran voce: «Tenente! Tenente!»
Un istante dopo questi sbucò dal centro della formazione, fino a portarsi al cospetto del capitano. Teani lo squadrò, studiandolo attentamente come fa un superiore con un suo nuovo sottoposto. Era giovane, forse troppo per essere già tenente, non particolarmente alto ma snello, coi capelli chiari ribelli che facevano capolino oltre l’orlo dell’elmetto, rigato senza sosta dalla pioggia. Il viso magro, illuminato da due occhi color ghiaccio, era segnato soltanto da qualche lieve peluria, come in quello di un bambino.
«Tenente, come stanno i suoi uomini?» chiese l’ufficiale.
«Sono stanchi, signore», rispose il giovane, accompagnato dal saluto militare.
«Già stanchi di prima mattina?» proruppe Teani, curioso di vedere la reazione del tenente.
«Vede capitano, sono giorni che procedono a piedi, con il nemico alle calcagna, fermandosi solo di rado per riposare» la voce del giovane ufficiale era calma e ferma, quasi non avesse la minima soggezione di fronte a un superiore austero come Teani. «Ma vedrà che non si fermeranno, e presto ci riorganizzeremo contro il nemico.»
Il capitano spezzò subito l’entusiasmo del ragazzo, sfogando su di esso la rabbia e la frustrazione repressi in quei giorni di ritirata. «Apra gli occhi, tenente! Come faremo a riorganizzarci?! Non vede che questa è soltanto una marmaglia senza coraggio! Non sanno nemmeno dove stanno andando!»
I soldati più vicini, testimoni di quello sfogo esagerato, si voltarono indignati, rivolgendo uno sguardo pieno d’odio al loro improvvisato comandante.
«È vero signore, questi uomini sono sfiduciati e logori», commentò tranquillo il tenente. «Ma ora la seguono e non ci sono state ribellioni. Forse meritano un po’ più di fiducia.»

La fuga dei vinti, Marco Baggi, 0111 Edizioni, p. 188 (14,50 euro)

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1 Commento

  • Tales Teller Reply

    7 luglio 2012 at 11:27

    Quell’uomo si sta preparando un gran brutto quarto d’ora.

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