Monsieur


Ho incrociato il figlio maggiore di Monsieur sulla linea 1, a Charles-de-Gaulle-Étoile. Era l’ora dell’uscita da scuola, e tutti i treni erano stati presi d’assalto da orde di liceali chiassosi. Ho dovuto alzarmi per permettere a una nuova infornata di incastrarsi nel mio vagone già affollato, ed è stato in quel momento che un gomito terribilmente appuntito mi si è conficcato nella schiena tanto da indurmi a sollevare gli occhi dal libro… per piegarmi al consueto scambio di scuse indifferenti, senza nemmeno toglierci gli auricolari dei rispettivi iPod. Come al solito non ero del tutto convinta 
dell’utilità di scusarmi: di cosa? Di esistere? Di avere una schiena?
Non posso affermare che sia stata proprio la sua voce – in ogni caso a malapena udibile – l’elemento scatenante di qualcosa. Per una ragione o per l’altra, l’ho fissato… e in una frazione di secondo ho realizzato, senza possibilità di errore, che si trattava di suo figlio. Nessuna magia, solo una scandalosa somiglianza tra il modello e il suo avatar, che mi ha colpito con la potenza di un sortilegio. Ho dovuto fare ricorso a tutta la mia determinazione per distogliere lo sguardo da quei grandi occhi dalle palpebre pesanti, gravati da quell’insopportabile sensualità ereditata da Monsieur, di cui non doveva essere indubbiamente consapevole. Nella mia testa il disco si era incantato: è lui è lui è lui è lui è lui. Quando ho capito che era sul punto di trovare strano quello sguardo soggiogato che lo squadrava, ho finto di tornare ad André Breton… non credendo certo di riuscire a pensare ad altro.
Non avrei mai immaginato che sarebbe stato così doloroso avvertire quella presenza accanto a me, quell’odore delicato di ragazzo che non riusciva a coprire un eau de parfum troppo pungente. Non mi sono nemmeno resa conto di aver superato la mia fermata… avrei potuto seguirlo ovunque.
Charles. Il primogenito. Quel martedì mattina, nella stanza dalle pareti blu di un hotel del quindicesimo arrondissement, avevo stupito Monsieur elencandogli i nomi dei suoi figli – Charles, Samuel, Adam, Louis e Sacha – tutti e cinque frutto di un’esistenza che potevo solo immaginare. Del primogenito conoscevo particolari che lui forse nemmeno ricordava – un litigio a cena a proposito di una battaglia storica durante il quale Charles, testardo come tutti gli adolescenti, in un impeto di rabbia aveva battuto un pugno sul tavolo, cosa che non gli aveva risparmiato uno schiaffo paterno. Il pomeriggio in cui era tornato dal liceo completamente fatto, i folti capelli neri impregnati del puzzo di marijuana. Monsieur, che gli voleva un bene dell’anima… non era necessario essere un genio per indovinarlo. Monsieur che l’amava di un amore in confronto al quale la tenerezza che un giorno mi aveva dimostrato era assolutamente ridicola.
Il treno ha curvato bruscamente e Charles mi ha nuovamente urtato, con quel corpo sconosciuto ma così stranamente familiare. «Scusa», ha detto stavolta con un sorriso un po’ imbarazzato che aveva le stesse fossette paterne, i medesimi incisivi bianchissimi e ferini.
Per la prima volta dopo sei mesi, davanti a me c’era Monsieur che mi fissava, un Monsieur visto attraverso una lente d’ingrandimento che mi rivelava e spiegava ogni dettaglio: i suoi figli, sua moglie, tutto ciò che aveva costruito, tutto ciò per cui si era dannato e per cui ancora si dannava, tutte le catene che gli serravano le caviglie, i successi e i confini del suo regno. Avrei potuto lasciarmi andare alla compassione, alla commozione persino, ma Charles faceva fatica a staccarsi da me, moltiplicando le sue scuse con un sorriso (ognuno dei quali mi ricordava Monsieur disteso sotto di me dopo aver fatto l’amore), mentre tutta l’energia a mia disposizione mi veniva risucchiata dagli sforzi per non urlare chiudi quella bocca che conosco a memoria, togli dalla mia mano le dita contratte di tuo padre che gode graffiandomi i fianchi, voltati, non voglio – non posso – guardare quegli occhi grigi che nemmeno ti appartengono, niente in questo viso ti appartiene, neanche quel lungo naso dono di tua madre, forse l’unico elemento che fa di te un individuo completo nato dall’amore di Monsieur per un’altra donna, perciò smettila, ti prego: smettila. Mi mordevo le guance per tacere, per tenere le labbra serrate e impedirmi di spiegargli perché, per quale motivo, in virtù di cosa questa ragazza nel metrò lo soppesava con lo sguardo, mentre l’insistenza con cui lui mi osservava implicava un buon numero di domande.

Monsieur, Emma Becker, traduzione di Raffaella Patriarca, Dalai editore, p. 340 (18 euro)

1 Commento

  • Tales Teller Reply

    8 luglio 2012 at 23:37

    Il genere di personaggio in grado di farmi innervosire pensiero dopo pensiero.

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