Il guardiano dei morti

Luce. La scritta si legge, Hodie mihi cras tibi, gli uomini di poca fede che la capiscono si tastano sotto, i credenti reclinano il capo dicendosi: «È così o è così che dev’essere». Io, la scritta sopra il cancello la guardo tutte le mattine, pedalo e la guardo avvicinarsi. Di rame, verderame, barocca, immobile e impassibile. Vorrebbe spaventarmi, vorrebbe farmi stringere il manubrio della bicicletta o farmi stringere forte le chiappe, non ci riesce, non è cosa per lei, non adesso. Non dopo che è morto papà. Non dopo che ho contato i respiri, non dopo che non finivano mai, non dopo che la mamma mi ha guardato con quegli occhi, che io quegli occhi spero di non vederli mai più. Lo abbiamo portato a casa, messo nella stanza in cui son cresciuto, messo dritto, girato di lato, alzato, abbassato, consumato. Lo abbiamo messo nella mia stanza da piccolo, nel letto con le sponde di ferro, sotto il quadro della Madonna con il bambino. Ce lo siam portati via dall’ospedale. È stato lui a volerlo. La mamma, poca luce, gli ha detto: «Ora stai a casa tua, Nino», gli ha stretto la mano destra e glielo ha ripetuto. Ancora meno luce. Lui non ha risposto, ha continuato a respirare; non so se papà abbia mai sentito le parole della mamma o le sue preghiere silenziose recitate dentro di sé quasi si vergognasse, non so se abbia mai sentito gli ultimi quattro giorni. Luce che va a spegnersi. Lo abbiamo portato a casa che era già in coma, con la febbre da coma, con le mani da coma, con l’innocenza da coma, con la pelle che era la pelle di mio padre ma era pelle da coma, pelle in transito. Luce che si spegne. La scritta dice Hodie mihi cras tibi, lo sanno tutti, anch’io, per questo sorrido.
Buio.

Fine giugno

Porto i morti. Dal posto dove stanno, dalle loro case, li porto dove sto io. Ce n’è uno, ce n’è sempre uno e questo è uno di quelli che non te l’aspettavi, quarantotto anni, in buona salute fino a ieri mattina. Proprietario di una rivendita di automobili alla periferia di Bologna, soprattutto marche tedesche. Gli sfioro un dito, l’anulare, è più lungo del mio. Penso debba avere anche il cazzo più lungo del mio. Non mi sbaglio. Gli tiro giù la lampo dei pantaloni neri da morto, gli abbasso le mutande. Anche così, in uno stato di eterno riposo, il suo cazzo è più lungo. Penso a stamattina, a come mi sono guardato allo specchio, non mi sono mai visto così, non sono mai stato così malato. Il dito del morto somiglia a un bastoncino di legno, a una molletta per stendere i panni, solo un po’ più lunga. Lo guardo in viso, le sopracciglia sono nere, ma stavano ingrigendo, è un bell’uomo, anche i capelli stavano ingrigendo. Penso sarebbe stato più attraente, il grigio gli avrebbe conferito un’aria più matura che a un rivenditore di automobili può fare solo bene; poi tutto si è fermato, le sopracciglia hanno smesso di ingrigire e anche i capelli, è successo ieri mattina quando gli è scoppiata l’aorta.
Mi sono guardato allo specchio ed ero nudo, avevo aperto l’acqua calda, quella della doccia, per lavarmi. Mi sono guardato mentre l’acqua veniva giù, mi sono fermato a guardare il bacino, le ossa come ali che racchiudono l’addome. Con una mano aperta riesco a congiungerle, tanto sono magro. Avevo gli occhi che non si scollavano da lì, da quelle ossa misere, così misere che ho cominciato a tremare mentre l’acqua non la smetteva di andare. Il bacino del morto invece è possente, capiente, racchiude e contiene. Ci butto dentro la faccia, gli carezzo l’addome, protegge. Tra un po’ arriveranno i parenti, il morto non sarà più mio. Tra un po’ lo porterò via. A breve ne arriverà un altro, il lavoro non manca mai.

Il guardiano dei morti
, Giuseppe Merico, Perdisa Editore, p. 384 (18 euro) anche in ebook

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