Libro d’ombra – Tanizaki Junichirō

Junichiro Tanizaki

Libro d’ombra di Tanizaki Junichirō è l’interruzione che ci propone questa settimana Laura Imai Messina svelandoci che in ciò che non ha bisogno di farsi notare risiede la vera bellezza.

Libro d’ombra di Tanizaki Junichirō Bompiani
Autore: Tanizaki Junichirō
Casa editrice: Bompiani
Traduzione di Atsuko Ricca Suga
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Libro d’ombra funge da compendio di arti tradizionali (teatro kabuki, teatro nō, burattini del teatro bunraku, carta washi, cucina washoku, i fantasmi, l’architettura delle antiche dimore etc.) e da esposizione di una visione estetica precisa, che inneggia al Giappone di un tempo, un tempo precedente all’incontro con l’Altro, alle ombre ammassate in una stanza, all’oscurità che è fil rouge di un racconto che si svolge da sempre nel Sol Levante, al chiaroscuro come un basso continuo in cui, secondo Tanizaki, «risiede la beltà».
Ecco cos’è questo libro.

Tanizaki Junichirō (1886-1965) inizia elencando gli espedienti da lui stesso usati per far collimare l’Oriente con l’Occidente nel perimetro di una casa, la propria, gli shōji di carta con le porte a vetro, l’illuminazione elettrica in ambienti squisitamente giapponesi. Continua rivelando il puntuale fallimento dei tentativi, gli esiti goffi e dispendiosi.
Ma non cede.

Tanizaki decanta allora le qualità del buio, la declinazione dell’ombra. Quello del Giappone di un tempo è, pare dire, un mondo che appassisce al lucore della lampadina, un mondo che svicola dall’eccesso, dal brillante tipico dell’Occidente, da tutto quanto è sfarzo e che, in una grottesca gara in crescendo, richiede ulteriore sfarzo per farsi notare.

Più brilli più sarai visto. Più gridi più sarai udito. Niente di più falso.
Volgari, secondo lo scrittore, appaiono le tinte chiassose dei costumi del teatro kabuki, l’intonaco dei volti truccati, non tanto di per sé quanto invece per via dell’illuminazione elettrica importata dal “Nuovo Mondo”, che li svela in quell’eccesso sgargiante che un tempo era invece smorzato dall’oscurità.

Il Giappone la sapeva lunga, suggerisce lo scrittore. Su se stesso, innanzitutto.
Eppure un aneddoto vuole che un giovane architetto, rapito dai concetti espressi in Libro d’ombra, si offrì di costruire per il maestro una casa conforme alle sue indicazioni, e si sentì rispondere invece «di andare al diavolo, che a lui [piaceva] vivere comodamente e che un conto è scrivere e un altro è mettere in pratica» (Boscaro A., “Il grande vecchio” in Tanizaki, J. Opere, p. XVI).

Considerando “le antiche nozze fra il Giappone e l’ombra”, Tanizaki azzarda una domanda sul motivo di tale predilezione, e nella risposta suggerisce un’inclinazione tutta giapponese “ad accettare i limiti, e le circostanze, della vita”.

Si spiega in Libro d’ombra una visione assai affascinante, critica nei confronti dello sfarzo occidentale, della luce eccessiva, e d’altronde non risparmia severe sferzate al Giappone a Tanizaki contemporaneo, in cui città come Tōkyō e Ōsaka erano già allora più illuminate di capitali d’Europa. Effettivamente, anzi, mi pare la sua invettiva trovi riscontro fin nel Giappone di oggi, dove ancora pare esserci “uno scialo tremendo di elettricità, superiore a quello degli stessi paesi europei” e dove non basta ritirarsi in provincia perché, con esiti economicamente ed esteticamente svilenti, spesso “le piccole città vogliono somigliare alle grandi”, finendo per imitarne i difetti, con la stessa ostinata convinzione con cui si mira a mutuare i comportamenti ambigui di un fratello maggiore.

«Niente ho contro gli agi della civiltà moderna […] ma una cosa non so capire: perché ci rassegniamo ad abbandonare tutti i nostri usi? … perché non tentiamo di conciliare il nuovo con la nostra sensibilità?»

Tanizaki Junichirō racconta oggetti di uso comune della tradizione artigiana giapponese, cose che tuttavia ci fermano un istante prima di procedere al loro consumo, suggeriscono altro al di là di cosa se ne farà di loro. Grazie all’ombra, all’oscuro che suggeriscono sono in grado di ricreare uno spazio emotivo, di quiete espansa, una preparazione sentimentale a quanto, nel caso ad esempio della carta washi, si scriverà. Così è l’amore dei giapponesi per la nare, ovvero la patina del tempo, “prodotta da mani sudate, da polpastrelli unti, da depositi di morte stagioni”.

Perché tutta questa luce? Perché si teme l’oscurità nella società odierna?
Libro d’ombra è stato redatto in un momento storico in cui il dibattito sulla differenza sostanziale e sulla ostentata, deludente coincidenza tra “modernizzazione” e “occidentalizzazione”, era accesissimo e metteva in discussione la rapidità con cui il Giappone volgeva – di necessità (pena la marginalizzazione, l’etichetta di paese barbaro, indegno quindi d’un confronto diplomatico alla pari) e insieme di entusiasmo snobista – all’occidente. Al lettore di oggi giunge carico di quelle implicazioni storiche da cui, anche il Giappone di oggi, non è tuttavia totalmente svincolato. Come scrive Tanizaki, nel capitolo conclusivo del libro, i «mutamenti che hanno avuto luogo, dall’epoca della Restaurazione Meiji (1868) a oggi, sono paragonabili a quelli che, prima, si verificavano nell’arco di trecento o cinquecento anni (e forse è di poco)».

Resta comunque una riflessione attualissima questa, che richiama quella che Norbert Elias (La solitudine del morente, il Mulino, 1985) definiva più o meno nei termini di una eliminazione sistematica di tutto quanto suggerisce la morte che, così facendo, esce paradossalmente di scena dalla nostra vita (da cui, invece, è per forza di cose inalienabile) rendendola spaventosa, inenarrabile con la naturalezza che invece le spetterebbe. Così gli ospedali si tramutano in luoghi in cui si affoga nella luce, in cui il bianco violenta il riposo del paziente che tanto, secondo Tanizaki, avrebbe invece necessità di acquietare il proprio sguardo.

C’è deficienza di morte in questo mondo (ricordate come Aldous Huxley in Mondo nuovo immaginava la ghettizzazione dei morenti?), e una tensione eccessiva verso l’igiene e la perfezione, che dell’ombra sono nemiche.

E il delizioso saggio si conclude tirando una freccia al cuore del problema, quello cui teneva particolarmente Tanizaki, ovvero la salvaguardia anzitutto dell’ombra come patrimonio, nel luogo (“palazzo” lui lo definisce) della Letteratura. Una riflessione che #interrompe più d’un flusso d’automatismo nella visione che si ha di una letteratura che si vuole sempre brillante, mai troppo deprimente, tirata a lucido, esposta in una vetrina turbinante di luci, bandiere, claxon e urloni a chiamare a raccolta la gente, perché di un’opera in ombra, così come di una persona mesta ed educata, nessuno sembra più farsene nulla.
Che errore.

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