La ragazza che rubava le stelle

Negli anni in cui il suo soprannome era Guaio, Zee aveva l’abitudine di rubare barche. Il padre non ne aveva il minimo sospetto e le lasciava massima libertà in quei primi tempi dopo la morte della madre. E poi era occupato a impersonare il ruolo del pirata, un passatempo eccentrico per un uomo che aveva trascorso la vita a studiare letteratura. Ma quelli erano giorni disperati, ed entrambi erano stanchi di portare sulle spalle il peso della perdita, incapaci di scrollarselo di dosso se non nei fugaci momenti in cui riuscivano a buttarsi in qualcosa fuori dalla portata dei ricordi.
Nel mondo creato dalla sua fantasia, l’unica realtà in cui poteva perdonarsi per ciò che era successo quell’anno, a Zee piaceva pensare che il padre, Finch, sarebbe stato orgoglioso della sua abilità di ladra. E nei sogni più sfrenati se lo immaginava complice delle sue avventure: un bel salto per un professore, ma non per il pirata che stava rapidamente diventando.
Prediligeva i motoscafi veloci. Qualsiasi imbarcazione che facesse più di trenta nodi era una facile preda. Le misure di sicurezza erano scarse a quei tempi e le chiavi – se esistevano – erano quasi sempre nascoste sulla barca stessa, e di solito nei posti più ovvi.
Era facile come un gioco. Sceglieva un motoscafo dalla linea elegante e veloce, si dava esattamente cinque minuti di tempo per fare irruzione a bordo e mettere in moto, e si dirigeva fuori dal porto in pieno oceano. Superati i confini di Salem, dava gas al motore e puntava la prua in direzione di Baker’s Island. Più tardi, la sera stessa, restituiva la barca rubata.
Il gioco aveva una sola regola: non doveva mai riportare un motoscafo allo stesso ormeggio dal quale lo aveva preso. Era una buona norma, non solo perché creava un’ulteriore sfida, ma anche perché era sensata. Se avesse riportato la barca al posto di partenza, avrebbe corso il rischio di essere arrestata. Tutti sanno che l’ultima cosa che fa un ladro in gamba è tornare sul luogo del delitto.
Di solito la lasciava a una delle banchine pubbliche disposte lungo il litorale di Salem, spesso quella davanti a Salem Willows, il parco dei salici, la prima che si incontrava entrando nel porto. Ma quando i poliziotti avevano cominciato a darle la caccia, Zee aveva deciso di riportare le barche in posti meno ovvi. Talvolta occupava l’ormeggio di qualcun altro. Oppure abbandonava il motoscafo al Derby Wharf, il molo dal quale le era facile fuggire perché era vicinissimo a casa sua.

Zee è il soprannome della protagonista di questa storia (il nome è davvero curioso, Hepzibah, chi conosce il romanziere Hawthorne capirà) ma il nomignolo che sua padre le aveva affibbiato era Guaio. E certo, perché da piccola ne combinava tutti i colori, nella meravigliosa Salem. Per esempio, aveva la brutta abitudine di rubare barche e vagabondare sulle acque dell’oceano.
Sono passati quindici anni da quando è fuggita dalla propria città, oggi è una psicologa ma il suicidio di una paziente, la riporta al suicidio della propria madre. E così rompe il proprio fidanzamento, abbandona tutto e torna a fari i conti con il proprio passato. A casa l’aspettano un padre ammalato e tanti segreti: bugie che molti in città hanno cercato di nascondere. Ecco il libro perfetto per chi interroga le stelle e per chi vuole scoprire il proprio posto nel mondo.

La ragazza che rubava le stelle, Brunonia Barry, traduzione di Alba Mantovani, p. 395 (18,60 euro)

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