La casa del tempo sospeso

Mariam Petrosjan La casa del tempo sospesoL’incipit de La casa del tempo sospeso di Mariam Petrosjan (traduzione di Emanuela Guercetti, Salani).

Mariam PetrosjanTutto cominciò dalle scarpe da jogging rosse. Le trovai in fondo alla borsa. Borsa per la custodia degli effetti personali: così si chiama. Solo che dentro non c’è nessun effetto personale. Una coppia di asciugamani a nido d’ape, un mazzetto di fazzoletti e biancheria sporca. Uguali per tutti. Tutte le borse, gli asciugamani, i calzini e le mutande sono identici, per non far torto a nessuno.
Le scarpe da jogging le trovai per caso, me n’ero dimenticato da un pezzo. Un vecchio regalo, non mi ricordo più di chi, dalla vita precedente. Di un bel rosso vivo, impacchettate in carta lucida, con la suola a strisce come un lecca-lecca. Strappai la confezione, accarezzai le stringhe color fuoco e svelto svelto mi cambiai le scarpe. I piedi acquistarono uno strano aspetto. Insolitamente adatto alla deambulazione. M’ero perfino dimenticato che potessero essere così.
Quello stesso giorno, dopo le lezioni, Jiinn mi chiamò in disparte e disse che non gli piaceva il mio comportamento. Indicò le scarpe da jogging e mi ordinò di togliermele. Non era il caso di chiedere perché dovessi, ma lo chiesi lo stesso.
« Attirano l’attenzione » disse.
Per Jiinn la spiegazione era normale.
« E con ciò? » chiesi. « Lascia che l’attirino ».
Non rispose. Si aggiustò il cordino degli occhiali, sorrise e mosse la carrozzella. Ma la sera ricevetti un biglietto. Solo due parole: ‘Discussione scarpe’. E capii che ero fritto.
Radendomi la peluria sulle guance, mi tagliai e ruppi il bicchiere degli spazzolini da denti. Il riflesso che guardava dallo specchio appariva mortalmente spaventato, ma in realtà non avevo quasi paura. Cioè avevo paura, ovviamente, ma nello stesso tempo non m’importava niente. Non stetti neppure a togliermi le scarpe da jogging.
L’assemblea si svolse in classe. Scrissero sulla lavagna: ‘Discussione scarpe’. Una pagliacciata e una cosa demenziale, ma non ero in vena di ridere, perché ero stanco di quei giochi, di quegli intelligentoni dei giocatori e anche di quel posto. Ero talmente stanco che avevo quasi disimparato a ridere.
Mi fecero sedere davanti alla lavagna, perché tutti potessero vedere l’oggetto della discussione. A sinistra del tavolo sedeva Jiinn e succhiava la penna. A destra Balena Lunga faceva correre rumorosamente una pallina per i piccoli corridoi di un labirinto di plastica, finché non lo guardarono con disapprovazione.
« Chi vuole dire la sua? » chiese Jiinn.
Molti volevano dire la loro. Quasi tutti. Per cominciare diedero la parola a Grifone. Probabilmente per levarselo di torno il prima possibile.
Si chiarì che chiunque cerchi di attirare l’attenzione e` una persona
innamorata di sé e cattiva, capace di qualsiasi cosa e che si crede chissà che, mentre in realtà non e` altro che una nullità. Una cornacchia in penne di pavone. O qualcosa del genere. Grifone declamò la favola della cornacchia. Poi la poesia dell’asino finito in un lago e annegato per la sua stessa stupidità. Poi voleva anche cantare qualcosa sullo stesso tema, ma ormai non lo ascoltava nessuno. Grifone gonfiò le guance, scoppiò a piangere e ammutolì. Gli dissero grazie, gli offrirono un fazzoletto, lo nascosero dietro un libro di scuola e diedero la parola a Ghoul.
Ghoul parlava con un filo di voce, senza alzare il capo, come se leggesse un testo dalla superficie del tavolo, anche se là non c’era nient’altro che la plastica graffiata. Il ciuffo bianco gli spioveva sull’occhio, lui lo aggiustava con la punta del dito bagnata di saliva. Il dito fissava la ciocca incolore sulla fronte, ma appena la lasciava, quella riscivolava subito sull’occhio. Per guardare a lungo Ghoul, bisognava avere dei nervi d’acciaio. Perciò io non lo guardavo. Già così i miei nervi erano ridotti a sbrendoli, non c’era motivo di tormentarli ulteriormente.

La casa del tempo sospeso, Mariam Petrosjan, traduzione di Emanuela Guercetti, Salani Editore, p.879 (20 euro)

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