Così in terra

Sono in due sul ring.
Uno pesa cinquantasette chilogrammi, è alto un metro e sessantacinque, ha ventisei anni.
L’altro non si sa quanto pesa, non importa quanto è alto, crescerà.
Non ha avuto fasciate le mani, indossa i guantoni, saltella sul ring.
Ha nove anni.
In fondo alla sala, un uomo fuma mentre parla al telefono.
«Zina, tranquilla, con me è, bene sta, mezzora massimo e torniamo a casa, ciao.»
Chiude la telefonata, prende il giornale dal tavolo, studia le quote dei cavalli per insertàre una tris memorabile capace di svoltargli la vita per almeno un paio di mesi.
A bordo ring, appoggiato alle corde, un uomo con la coppola in testa urla: «Al mio tre».
I pugili sospendono l’allenamento al sacco e le flessioni.
«Uno, due, tre.»
Il piccirìddo mantiene da subito una rassicurante distanza tra sé e l’avversario. Sfodera un gioco di gambe interessante: le punte dei piedi staccano e riatterrano all’unisono.
In fondo alla sala quello che fuma sbatte il dorso della mano sul giornale.
«Minchia tris: Asansol, Regolo, Mastino III, me la vado a scommetto a lampo.»
Strappa la pagina, la mette in tasca e si avvicina al ring.
Il pugile ventiseienne si chiama Carlo. È concentrato: la guardia alta, le gambe piegate, gli occhi che fissano quelli dell’avversario.
Il piccirìddo, dopo aver fintato a destra, compie un inatteso salto a sinistra. Non è consapevole dei movimenti, li esegue e basta. Carlo mantiene la posizione di difesa. È chiuso, come il portone di una chiesa quando è notte. Appena ritocca terra, il piccirìddo fa risalire il guantone sinistro. Carlo para il pugno con il gomito destro. L’uomo con la coppola a bordo ring sta per gridare qualcosa ma il comando gli si strozza in gola: senza che fosse prevedibile, il piccirìddo ha raddoppiato il colpo.
Con il sinistro sfiora il volto di Carlo.
Ci ha provato.
Ha fallito.
Quello che fuma ordina senza emozione: «Còrcalo».
Il portone della chiesa si apre.
Carlo libera un diretto che centra la guancia del piccirìddo, mandandolo al tappeto.
Dopo un paio di secondi, il piccirìddo si rialza ma perde subito l’equilibrio.
Stringe i denti per non cadere di nuovo.
L’uomo con la coppola gli domanda: «’A corda ’a sai satàre?»
«Mi gira la testa.»
«’Un ti fu chiesto chìsto», precisa l’altro con seraficità, primadi soffiare il fumo fuori dalla bocca.
Ha lo sguardo del cacciatore prima dello sparo.
«Non la so saltare.»
«Inzignatìllo.»
Il piccirìddo si leva i guantoni, scende dal ring, prende una corda e prova. Sbaglia sempre.
«Allora», dice l’uomo che fuma a quello con la coppola.
«’U virìsti pure tu, raddoppiò il colpo.»
«E pure i piedi ci sono.»
«Già.»
«Arrivò il momento.»
«Si vede che è proprio fìggh’i so padre.»
«A domani, Franco.»
L’uomo con la sigaretta toglie la corda dalle mani del piccirìddo, dopo aver visto fallire ogni tentativo di salto.
«Imparerai pure chìsta, col tempo. Amunìnne a casa, ora. E, mi raccomando, a tua madre ci puoi cuntàre tutto chìddu ca succirìu, tutto, tranne che ti ho portato in palestra. Giuramelo.»

Così in terra, Davide Enia, Dalai editore, p. 302 (17,50 euro)

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2 Commenti

  • Tales Teller Reply

    24 aprile 2012 at 12:09

    Mi rendo conto che la parlata dialettale sia un eccellente sistema per rendere più pittoresca ed efficace l’ambientazione, ma fatico a leggerla e la cosa uccide l’interesse. La pigrizia è una compagna esigente …

  • angelo gelli Reply

    27 aprile 2012 at 22:55

    libro capolavoro

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