Al limite della notte

L’Errore sta venendo per fermarsi un po’.
“Sei arrabbiato per Erry?” chiede Rebecca.
“Certo che no,” risponde Peter.
Uno dei vecchi, imperscrutabili cavalli che tirano le carrozze dei turisti è stato investito da un’auto sulla Broadway, il traffico è quindi bloccato fino a Port Authority, Peter e Rebecca sono quindi in ritardo.
“Forse è il caso di cominciare a chiamarlo Ethan,” dice Rebecca. “Scommetto che ormai siamo gli unici a chiamarlo Erry.”
Erry sta per Errore.
All’esterno del taxi, i piccioni zampettano nel blu intermittente di un’insegna della Sony. Un uomo anziano e barbuto con un sudicio cappotto lungo fino ai piedi, a suo modo maestoso (il solenne, paffuto Buck Mulligan?), spinge un carrello della spesa zeppo di vari oggetti in vari sacchi della spazzatura, procedendo più spedito di qualunque auto.
All’interno del taxi, l’aria è satura della fragranza di un deodorante che stordisce, vagamente floreale ma che non ricorda nulla in particolare, se non un composto chimico che su può solamente definire “dolce”.
“Ti ha detto quanto ha intenzione di restare?” chiede Peter.
“Non ne sono sicura.”
Il suo sguardo si addolcisce. Preoccuparsi a dismisura per Erry (Ethan) è un vizio di cui Rebecca non riesce proprio a liberarsi.
Peter evita di insistere. Chi vorrebbe arrivare a una festa a metà di una discussione?
Ha lo stomaco sottosopra, e un tormentone nella testa. I’m sailing away, set an open course for the virgin sea… Come gli è tornato in mente? È dai tempi del collage che non ascolta gli Styx.
“Dovremmo fissare un termine,” dice.
Lei sospira gli posa delicatamente una mano sul ginocchio e guarda fuori dal finestrino l’Ottava Avenue. Silla quale adesso hanno praticamente smesso di muoversi. Rebecca è una donna dai lineamenti marcati – definita spesso bella, ma mai carina. Non è chiaro se sia pienamente consapevole di questi piccoli gesti con cui consola Peter per la sua grettezza.

Al limite della notte, Michael Cunningham, traduzione di Andrea Silvestri, Bompiani, p. 287 (17,50 euro)

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