Una traccia del mio amore

Ci portano in un luogo senza radici. La casa era di mattoni rossi, divisa in uno, due, tre alloggi. Dall’altra parte della strada c’è un edificio abbandonato. Sono già un bambino morboso e vorrei che fosse un mausoleo, un posto in cui poter dormire, tra ricchi antenati e tradizioni soffuse di luce romantica. Ci sono condotti fognari in cemento. Quando tentiamo di essere una famiglia con l’uomo nuovo, il nuovo marito di mia madre, percorriamo in macchina qualsiasi strada ci capiti a tiro, guardando case addobbate dentro e fuori di luci natalizie. L’elettricità costa troppo, per fare lo stesso a casa nostra. È questo il modo che abbiamo di stare insieme. Io e mia sorella siamo sul sedile posteriore, e cerchiamo di tenerci caldo. Quando non eravamo in casa esisteva una possibilità di magia, di qualcosa di nuovo. Seduti in silenzio sul sedile posteriore, guardavamo le luci. Luci come stelle, solo più vicine.
Era la stagione del cambiamento, un tempo in cui non ti lasciava dormire l’eccitazione di una promessa ignota, qualcosa di là da venire. Un altro giorno, altra mattina. Un’altra esaltazione da attraversare fino in fondo.
Un mattino ti svegliavi ed era lì.

Sempre da bambino, cominciai a fingere. Mi fingevo femmina. Recitavo. Ero una bambina. Fingevo di poter avere ciò che volevo. Di poter cambiare il mondo con i miei soli desideri, semplicemente così.
Crescendo, mi ritrovai presto a volere altre cose. Cominciai a fingere di poter avere anche quelle, come se fosse possibile. Se salto giù dagli alberi, volerò. Penso. Non so perché lo pensi. O perché sappia di sentirmi diverso da tutto ciò che vedo sulla terra. Non ancora. Mi rifugio lassù, in cima alla grande magnolia. Sugli alberi ci si arrampicano i maschi, e allora forse anch’io lo sono ancora. Forse per me c’è ancora speranza, un’altra possibilità. Forse. Se mi fermo sull’albero abbastanza a lungo. Non posso tenere animali per via di come respiro, a fatica. Niente cani, niente gatti. Il loro pelo aggrava il mio disturbo. Voglio qualcosa che sia mio da accudire, un animale, uno qualsiasi. Dapprima fingo siano miei gli uccelli. Mi appartengono così completamente che non devo neppure tenerli in gabbia. Vagano liberi per l’universo, e io li amo in un modo così giusto che da me tornano sempre.

Mamma lascia mia sorella nella culla per portarmi al parco giochi, spingermi sull’altalena. Si trova subito oltre la porta sul retro, quando ancora viviamo al nord, vicino ai genitori della mamma.
Un tempo che precede il mio ricordo, e che mi viene tramandato soltanto nei racconti.

Con gli altri bambini non voglio giocare. Il pallone era diventato un simbolo dell’ubriachezza di papà, che scatenava liti, che col tempo aveva messo fine alla nostra famiglia.
Sono ancora piccolissimo, ancora divido la stanza con mia sorella. Ci dicono di giocare con i bambini della porta accanto, maschi che hanno un padre e vogliono essere Superman. Io invento scuse sul perché voglio essere altro. Qualcuno la femmina la deve fare, dico. Una almeno ci dev’essere.
Sono abituato a giocare con mia sorella, mia sorella che mi lascia fingere di essere come lei, una femmina, per cui in famiglia non sono l’unico a essere così. Voglio che i maschi rimangano fuori dal mio universo, perché lì dentro non ce li puoi tenere. Volano sempre via. Ma neppure puoi sfuggirli.
Io e mia sorella, nel frattempo, litighiamo su chi dei due debba impersonare quale ragazza di quale programma tv.

Mia sorella non dovrà mai sforzarsi di essere intelligente come me. È lei quella nata col Q.I. più alto. Il suo è un genio riconosciuto. Per tutta la durata della scuola, quando entra nel gruppetto dei bambini più intelligenti che frequentano lezioni fatte apposta per loro. Ci attrae lo stesso fratello che abita poco più in là, ma lei può desiderare di sposarlo. Può desiderare ciò che vuole, inseguirlo e prenderselo, vivere protetta da quella consapevolezza.

Le amiche di mia sorella diventano le mie. Le amiche di mia madre diventano le donne che sento parlare, esprimere preoccupazioni, quelle con cui sedere a tavola all’ora di cena mentre gli uomini sono davanti al televisore, a guardare lo sport, bere come mio padre. Il televisore urla.

Mamma non crede mai davvero alle nostre giovani passioni. O forse ha solo a cuore quel che ritiene sia il nostro interesse. Parlo, per la precisione, di un adolescenziale desiderio di fama. Da sempre voglio essere conosciuto, che qualcuno sappia che esisto.
Mamma mi chiede se ho idea di quanti aspirino a essere ciò che voglio essere io. E sai quanti ci riescono? Batterò ogni strada, da cima a fondo. Lavoro sul mio corpo, sul mio modo di ballare, cerco di insegnarmi a essere qualsiasi cosa. Mi accontenterò anche solo dello sfondo di un palcoscenico.
Recitando, imparo a memoria monologhi teatrali. O comincio a scrivere libri in terza elementare, comincio, smetto, pieni di personaggi che mi sforzo costantemente di essere. Qualsiasi cosa pur di scordare da dove vengo, e che venendo da dove vengo, presto potrei approdare all’oblio. Qualsiasi
cosa pur di scordare da dove sono venuto, e temendo, proprio per questo, di finire dimenticato.

Una traccia del mio amore, Douglas A. Martin, traduzione di Matteo Colombo, Indiana Editore, p. 143 (13,50 euro)

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2 Commenti

  • ILARIA PEDRA Reply

    3 giugno 2012 at 15:48

    Volevo solo dire che ho conosciuto di persona Matteo Colombo e mi è sembrata una persona straordinaria!!

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      3 giugno 2012 at 16:08

      Come traduttore è davvero un regalo. Perciò sono felice che faccia lo stesso effetto di persona 😉

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