Morte di uno sbirro


Sullo schermo, una donna è distesa su un materassino di gomma, il volto al sole, le dita immerse nell’acqua. Il materassino è a forma di ciambella. Ruota pigramente su sé stesso. La spiaggia è sulla sinistra dell’inquadratura. La donna è incinta; la camicia di madras che porta sopra il costume da bagno non riesce a nascondere il ventre gonfio. Solleva la testa e guarda in macchina, e la sua bocca forma le parole: «Smettila! Spegni quell’affare! Guarda in che stato sono!» La cinepresa trema, apparentemente per le risate. La donna alza gli occhi al cielo e scuote il pugno nel gesto da cinema muto che esprime frustrazione. «Ciao, Ben» dice in silenzio all’obiettivo, poi 
si unisce alla risata prima di riabbassare la testa sul materassino e galleggiare ancora un po’.
La donna è mia madre, e il bambino nel suo ventre sono io. È l’inizio dell’estate del 1971. Sarei nato un mese dopo.
Il filmino superotto (durava due, tre minuti al massimo) era una fra le cose più care a mia madre. Lo teneva in una scatola gialla della Kodak infilata sotto i reggiseni e le calze di seta nel primo cassetto del suo canterano, dove pensava che i ladri non avrebbero mai guardato. Nella nostra cittadina non c’erano molti ladri, e quei pochi non erano interessati a vecchi filmini sgranati di donne incinte. Ma la mamma era convinta del suo valore, e di tanto in tanto non resisteva alla tentazione di infilare la mano in quel cassetto e cercare la scatola a tentoni, tanto per essere sicura. Quando pioveva, tirava fuori un proiettore Bell & Howell che pesava una decina di chili e proiettava il filmino sulla parete del salotto. Si portava davanti al muro, indicava il proprio ventre e annunciava, con le vestigia di un accento bostoniano: «Eccoti lì, Ben! Eccoti lì!» A volte diventava malinconica e lacrimosa. Nel corso degli anni, penso che avremo rivisto quel filmino almeno un centinaio di volte. Mi scorre ancora in testa, familiare, il mio personale filmato alla Zapruder. Non so di preciso perché mia madre lo amasse tanto. Immagino che per lei documentasse una transizione, il momento di equilibrio fra la giovinezza e la maternità.
Ma a me non è mai piaciuto. C’è qualcosa che mi mette a disagio, in quel filmino. Mostra il mondo prima di me, il mondo senza di me, ed è un mondo completo. Non c’è ancora nulla di necessario o inevitabile riguardo alla mia creazione. Nessuno mi ha incontrato, nessuno mi conosce. Io non esisto. Una donna (non mia madre, ma la donna che diventerà mia madre) sorride e mi chiama per nome, ma a cosa si sta rivolgendo? Mi sta aspettando, in ogni senso. Ma è un’aspettativa fragile. Gli eventi si diramano, si dividono e si moltiplicano, e lei e io potremmo non incontrarci mai. E che ne è di lei? Chi è per me questa donna scomparsa? Di certo non mia madre, niente di così reale. È soltanto un’idea, un pittogramma sulla parete del salotto. È concepita da me.
Sono passati tredici mesi da quando mia madre è morta e non mi sono mai preso la briga di cercare quella piccola bobina nel suo reliquiario giallo. Forse un giorno troverò sia il filmino sia il proiettore e guarderò di nuovo quelle immagini. E lei sarà lì. Giovane e ridente, viva e integra.
Suppongo che sia un punto come un altro da cui cominciare questa storia: con quella graziosa giovane donna incinta durante una calda giornata estiva sul lago. Non esiste mai un inizio assoluto, per nessuna storia. C’è soltanto il momento in cui cominci a guardare.

Morte di uno sbirro, William Landay, traduzione di Stefano Bortolussi, TimeCrime, p. 493 (10 euro)

4 Commenti

  • carmillaweirdlove Reply

    9 settembre 2012 at 20:22

    Reblogged this on carmillaweirdlove and commented:
    Gran bel romanzo

  • Aldo Costa Reply

    10 settembre 2012 at 8:22

    è l’incipit? Se lo è, non è male, anzi… fa venir voglia di leggere il resto perché è scritto in maniera totalizzante. Voglio dire che è difficile, se non impossibile, restarne fuori. Ti tira dentro la storia, anche se non ti dà nessuna idea della direzione che voglia prendere. Unico indizio, il titolo, che fa pensare ad un giallo o ad un thriller. Me lo segno da qualche parte.

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      10 settembre 2012 at 8:47

      Ciao, Aldo. Sì, è l’incipit. Il sabato e la domenica, sono le giornate del “Chi ben comincia” Per giocare un po’ alla libreria virtuale. Volutamente non pubblico quarte e alette, perché spesso portano fuori strada (o, peggio, svelano un po’ troppo).
      Se lo leggerai, fammi sapere.

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