Il destino di Hartlepool Hall

Il-destino-di-hartlepool-hall-di-pa-L-Sv403dDi regola Ed Hartlepool non apriva mai le lettere, a meno che non fossero inviti. Questi ultimi, una volta aperti, restavano sul caminetto contrassegnati da una spunta o da una crocetta, a seconda che avesse trovato o no il tempo di rispondere. Talora ricordava persino di presentarsi ai matrimoni o ai cocktail a cui era stato invitato: negli ultimi anni, tuttavia, da quando viveva da non-dom nel Sud della Francia, gli inviti si erano diradati, e con essi le sue apparizioni in società. Solitamente il resto della corrispondenza restava sigillato.
Nessun membro della sua famiglia si era mai degnato di leggere le missive dei contabili, degli avvocati o dei banchieri. Quel genere di lettere, che arrivavano a Villa Laurier in quantità sempre più copiosa, finivano impilate sulla scrivania. Di tanto in tanto Ed ne apriva una a caso, sbirciava la prima frase e la gettava via all’istante.
Ed non apriva mai neanche la posta elettronica – a meno che non contenesse allegati divertenti. Usava il computer per giocare a poker online, non capiva proprio a cos’altro potesse servire. E ormai i suoi corrispondenti avevano imparato che provare a raggiungerlo in quel modo era inutile.
Suo padre Simon Aylmer Francis Simmonds, quarto Marchese di Hartlepool, era morto da qualche anno. In vita sua aveva dato a Ed soltanto due consigli. Primo, se l’incipit di una lettera non era interessante, nemmeno il resto era degno di attenzione. Secondo: «Un vero gentiluomo dovrebbe andare di corpo non più di una volta al giorno».
La giornata di Ed cominciava alle nove e mezza con una tazza di caffè e un paio di sigarette in terrazzo. Come al solito, a quell’ora del mattino indossava soltanto la vestaglia; preferiva nuotare un po’ prima di leggere i quotidiani inglesi che di lì a poco la domestica gli avrebbe portato dal paese.
Poi veniva il momento di seguire il consiglio di suo padre. Portava con sé la posta nell’unica stanza di Villa Laurier che avesse una vaga somiglianza con casa sua. Quando aveva traslocato in Francia, su consiglio del suo amministratore fiduciario, aveva firmato un contratto d’affitto decennale. La maggior parte dei mobili e delle decorazioni era passabile. Tuttavia, la declinazione francese del concetto di “servizio igienico” non lo convinceva appieno, e nella stanza in questione Ed aveva cambiato qualche dettaglio. Era stato importato il meglio della ceramica smaltata per sanitari, e aggiunto uno splendente sedile di mogano. Per completare l’illusione Ed aveva appeso alle pareti qualche vecchia foto della sua scuola e della sua casa. Tutte le mattine fissava quel mare di facce semidimenticate, ma senza curarsene più di tanto. Non erano altro che il pubblico silenzioso delle sue funzioni mattutine.
Si accomodò e aprì la prima lettera. Il mittente era Horace, il maggiordomo di Hartlepool Hall. Non aveva sue notizie da una vita, e sulle prime Ed non ne riconobbe la grafia tremolante. La missiva cominciava con una frase di un certo interesse: “Una tale Lady Alice Birtley è venuta a stare da noi, ma non mi pare di ricordare indicazioni chiare di sua Eccellenza al riguardo”.
Ed non aveva mai sentito nominare Alice Birtley. Mise da parte la lettera con l’intenzione di leggerla più tardi. No, non poteva averla invitata lui, questa Lady Alice, come non poteva aver invitato nessun altro a Hartlepool Hall. La seconda lettera veniva dal suo commercialista londinese, ed era destinata al cestino delle cartacce. Stavolta, però, l’istinto gli disse di aprirla. La prima frase catturò subito la sua attenzione; e quella dopo, e quella dopo ancora.
La lettera informava Ed che il suo esilio quinquennale da non-dom era giunto al termine. Dopo la lunga e costosa disputa con il fisco nata dopo la morte del padre di Ed, gli amministratori fiduciari del patrimonio di casa Hartlepool avevano raggiunto un compromesso con la Corona. La cifra concordata era così grande che sulle prime Ed non riuscì neanche a immaginarla. Era una quantità di soldi estranea al suo mondo e a quello dei suoi affari. Talmente grande da risultare incomprensibile.
Morendo, il padre di Ed aveva rispettato una lunga tradizione familiare di disastri e garbugli finanziari. La famiglia Simmonds, accumulata una ricchezza enorme, era riuscita a conservarla indenne malgrado generazioni e generazioni di cattiva gestione. In un modo o nell’altro, le pretese del fisco erano sempre state accontentate o eluse; per sciogliere qualche nodo, il padre di Ed e i suoi consulenti avevano ceduto l’amministrazione del patrimonio di famiglia a una serie di trust, società fiduciarie possedute a loro volta da trust di Guernsey, possedute a loro volta da trust del Liechtenstein. Alla morte di suo padre, grazie a questo accorgimento il quarto marchese non aveva pagato un soldo di tasse sulla successione e, da vivo, poco o niente sulla propria rendita. Gli accorgimenti presi per aiutarlo a evitare tutte queste tasse erano così complicati che, probabilmente, non esisteva cervello umano in grado di comprenderli a fondo da solo.
Alla morte del padre di Ed, l’Agenzia delle Entrate della Corona aveva portato in tribunale gli amministratori fiduciari di Ed, i quali avevano consigliato al loro assistito di trasferirsi all’estero. Adesso la questione era risolta e i conti andavano pagati.
A Ed bastò leggere la prima frase della missiva per capire che la sua vita stava per cambiare.

Il destino di Hartlepool Hall
, Paul Torday, traduzione di Luca Fusari, Elliot edizioni, p. 247 (18,50 euro)

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1 Commento

  • tonino75 Reply

    19 dicembre 2012 at 12:36

    Mmmmh.. interessante, incipit perfetto!!

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