A time to kill

E per gli Scelti da voi, grazie a Loreta Gripshi per la sua recensione! Dal romanzo che ci racconta, in caso ve lo foste perso, è stato tratto l’omonimo film (A Time to Kill) diretto da Joel Schumacher con Sandra Bullock, Matthew McConaughey, Samuel L. Jackson e Kevin Spacey.

Tonya Hailey sta tornando a casa a piedi dalla spesa, quando due uomini a bordo di un camioncino si accostano e la trascinano con violenza in un campo. La picchiano, la violentano, decidono di usarla come bersaglio lanciandole addosso lattine di birra piene, la impiccano al ramo di un albero ma il ramo si spezza e infine la gettano da un ponte, in fin di vita.
Tonya ha dieci anni e la sua unica colpa è il colore della pelle. Con il corpo martoriato, fradicio del proprio sangue, di sudore, birra, distrutta nel piccolo grembo e privata per sempre della capacità di dare la vita al di là della sua, chiama il suo papà Carl Lee. Lui risponde alla sua richiesta di aiuto con un M-16.
Per dieci giorni nel tribunale di Ford County, Mississippi, un padre disperato e un avvocato brillante si trovano ad affrontare una giuria di dodici persone bianche nel profondo sud razzista. Un intero Stato con il fiato sospeso riflette su temi quali la rabbia, la disperazione, la vendetta, il razzismo. E sopra tutti, come la spada di Damocle, pende la domanda cruciale: al posto di Carl Lee Hailey chi di voi avrebbe premuto il grilletto?

Incipit
Billy Ray era più giovane più piccolo dei due teppisti. A ventitré anni ne aveva già passati tre nel penitenziario di Parchman. Possesso di droga a scopo di spaccio. Era un giovane sbandato, piccolo ma scaltro, sopravvissuto in carcere grazie un puntuale rifornimento di droga da vendere o magari regalare ai neri e alle guardie in cambio di protezione. Da quando lo avevano rilasciato aveva allargato l’attività e, in un anno, sul piccolo traffico di stupefacenti l’aveva innalzato alla posizione di uno dei malavitosi più ricchi della Ford County. Era un uomo d’affari con dipendenti, impegni, accordi… tutto tranne le tasse. Alla concessionaria della Ford di Clanton era conosciuto come l’ultimo che, in tempi recenti, aveva pagato in contanti camioncino nuovo. Sedicimila dollari, tutti e subito, per un pickup giallo canarino con quattro ruote motrici, un fuoriserie di gran lusso. I cerchioni cromati e le gomme da gara li aveva ottenuti in una transazione d’affari. La bandiera di ribelli della Confederazione appesa al lunotto posteriore era stata rubata da Cobb a un ragazzo ubriaco di una lega studentesca durante la partita di football dell’Ole Miss. Il pickup era la cosa più preziosa che Billy Ray possedesse. Si sedette sulla sponda posteriore, bevendo la birra, fumando una spinello e guardando il suo amico Willard che se la spassava con la negretta.
Willard aveva quattro anni più di Cobb ma, dal grado di maturità, ne dimostrava una dozzina di meno. Era generalmente un tipo innocuo, che non aveva mai avuto guai seri ma neppure un lavoro serio. Magari qualche scazzottata e una notte in guardina, ma niente di più. Diceva di essere un taglialegna, ma quasi sempre i dolori alla schiena lo tenevano lontano dalle foreste. S’era fatto male quando lavorava sulla piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico, e l’azienda gli aveva pagato risarcimento cospicuo, che aveva perso totalmente quando l’ex moglie l’aveva ripulito. La sua vocazione principale era fare il dipendente part time di Billy Ray Cobb, che non pagava molto ma non lesinava sulla droga. Per la prima volta dopo tanti anni Willard riusciva sempre a mettere le mani sulla roba. E ne aveva bisogno, da quando s’era fatto male alla schiena.
La bambina aveva dieci anni ed era piccola per la sua età. Stava appoggiata sui gomiti, bloccati con una corda di nylon gialla. Le gambe erano allargate in modo esagerato, con il piede destro legato una giovane quercia, il sinistro al paletto storto e marcio di una recinzione abbandonata. La corda aveva tagliato la carne delle caviglie e il sangue scorreva fra le gambe. Il viso insanguinato è gonfio, un occhio tumefatto e chiuso, l’altro semiaperto che permetteva di vedere l’altro bianco seduto sul camioncino. Non guardava l’uomo che le stava sopra, sudava e bestemmiava. Le faceva male.
Quando l’uomo ebbe finito le diede una sberla e rise, e anche l’altro rise. Cominciarono a ridere ancora più forte e si rotolarono sull’erba accanto al camioncino, come due pazzi, gridando e continuando a sghignazzare. La bambina girò la testa dall’altra parte e pianse sommessamente, cercando di non farsi sentire. Poco prima l’aveva schiaffeggiata perché piangeva e urlava. Avevano promesso di ucciderla se non fosse stata zitta.

Il momento di uccidere, John Grisham, traduzione di Roberta Rambelli, Oscar Mondadori, p. 501, (10 euro) anche in ebook 

 

2 Commenti

  • adriano Reply

    15 ottobre 2014 at 12:17

    Bellissimo libro, il mio preferito di Grisham. Un pugno allo stomaco, ma ne vale la pena. Anche il film è molto bello e molto fedele al libro.

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      15 ottobre 2014 at 12:51

      Che dire se non: concordo! Vale davvero la pena di leggerlo. E visti gli ultimi tristi fatti di cronaca, pure di fare una riflessione sulla violenza e sulla vendetta. E sulla giustizia.

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