Martin Cruz Smith

Havana, Martin Cruz Smith

Con Martin Cruz Smith torna © Aldo Costa, il nostro recensore iconico che stavolta si cimenta con una recensione… divina.

Oggi è Pasqua (tu che leggi, fortunato, sei già sopravvissuto al baccanale di cioccolata e colomba ndr), doveroso parlare di fede. Quella verso gli scrittori che amiamo si può definire anche così.

Personalmente sono pagano, perché ho fede in numerosi autori che organizzo in una sorta di scala gerarchica. Su tutti, per me c’è Dino Giove Buzzati. Per lui sarei disposto a farmi crociato e martire. Al piano subito inferiore ci sono gli scranni di Robert Harris e Abraham Yehoshua, due Dei potentissimi. Leggerei persino il bugiardino delle supposte di glicerina, se sapessi che lo hanno scritto loro. Poi ci sono le divinità inferiori, faunette come la svedese Camilla Lackberg. In realtà sono consapevole del fatto che scrive merdine, ciò nonostante le sono fedele e leggo con ascetica ispirazione le sue troiate. La fede è cieca e anche un po’ stupida alle volte.

Martin Cruz Smith è un altro dei miei Dei, uno dei più antichi, peraltro. Ricordate Gorky Park da cui hanno tratto il film con William Hurt e Lee Marvin? Se scrive un libro, io lo compro, lo leggo e non c’è nulla da aggiungere. Havana, però, è un libro che ha messo a dura prova la mia fede. Perché? Perché non ci ho capito una mazza. Giuro: non ho capito assolutamente l’intreccio della trama. Troppi colpi di scena, troppi personaggi ambigui; un giallo davvero pasticciato. Però a me è piaciuto lo stesso e mi è venuta persino voglia di far risorgere dal suo scaffale polveroso, altro thriller di Smith che a suo tempo mi aveva lasciato confuso.

Mi sorge un dubbio: non è che aver fede limita un poco gli orizzonti? Chissà quanti autori, quante riflessioni e quanti punti di vista si ignorano nell’essere fedeli ortodossi e osservanti. Quasi quasi mi faccio uno shampoo. E poi mi faccio ateo.

Havana, Martin Cruz Smith, traduzione di Valentina Guani, Mondadori, p. 360 (14,90 euro)

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0 Commenti

  • sandra Reply

    8 aprile 2015 at 13:14

    Bellissimo Gorky Park, per il resto anch’io ho i miei dei, un olimpo ben fornito per fortuna, un podio con almeno 5 posti. Tipo divanetto.

  • Marco Amato Reply

    8 aprile 2015 at 19:53

    Ah no, io gli dei li ho abbattuti rovinosamente.

    Gli scrittori sono personaggi intimi. Apri un libro e stai in compagnia, tu e lui. Lui a raccontare e tu a filtrare con l’intensità dei tuoi occhi. Per me son tutti amici e parenti. Da mio padre (spirituale) Leonardo Sciascia, che fra i 16 e i 18 anni mi ha insegnato a rizzare la schiena di fronte a qualsiasi scomoda verità, a mio fratello maggiore John Williams. Poi son pieno di zii e qualche zia, cugini rimbambiti, cuginetti ,cuginoni, prozii, trisavoli anchilosati, amici di quartiere o di temerarie bevute sull’orlo di un abisso.

    Il problema è che la maggior parte della parentela è già morta. Non vi dico che strazio e fatica fra lumi e lumini ogni 2 Novembre.

    • Aldo Reply

      9 aprile 2015 at 14:46

      Ma una suocera ce l’hai? 🙂

      • Marco Amato Reply

        9 aprile 2015 at 16:35

        Ah Aldo perché tocchi il malleolo dolente. Una sofferenza la suocera. La fortuna dello sposalizio con i libri è che puoi sceglierti la parentela, suocera compresa. Ma il dilemma è quale…

        Volevo optare per una suocera dell’orrore, ma Anne Rice, mi terrorizzava troppo.

        Ne scelgo una tranquilla, mi son detto, tipo: el em es pqrt James. Che magari all’occorrenza la scudisci pure. Ma come si fa… Ti cascano le…

        Alla fine quella giusta l’ho trovata. Mi son cerchiato nella parentela Anne Fine. Il profilo giusto: sguardo burbero e ironia da ceretta all’inguine (femminile). (Meglio specificare perché gli uomini a tale brutalità sverrebbero). 😉

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