Schegge

Marc Lucas esitò. L’unico dito ancora illeso della sua mano fratturata indugiò a lungo sull’antiquato campanello in ottone prima di decidersi a premerlo.
Non sapeva più quale momento della giornata fosse. La paura delle ultime ore gli aveva rubato anche la percezione del tempo, che lì, in mezzo alla foresta, appariva senza alcun significato.
Il vento gelido di novembre e il nevischio erano diminuiti e brillava perfino un po’ di luna, che faceva capolino squarciando la coltre di nubi. Era l’unica fonte di luce in quella notte tanto ghiacciata quanto buia. Nulla lasciava presagire che la casetta in legno ricoperta d’edera fosse abitata. Anche quel comignolo sproporzionato in cima al tetto sembrava in disuso. Marc non avvertiva nemmeno più quel tipico odore di legna bruciata che, poco dopo le undici, lo aveva svegliato nella casa del professore. Quando lo avevano portato da lui, lì nel mezzo della foresta, si sentiva già molto male. Male da morire. Eppure da allora le sue condizioni erano peggiorate ancora.
Poche ore prima lo sfacelo fisico era a malapena visibile.
Ora il sangue gli gocciolava dal naso e dalla bocca, piovendo sulle scarpe da ginnastica, e a ogni respiro le costole fratturate stridevano l’una contro l’altra. Inoltre il suo braccio destro penzolava lungo il corpo
Marc Lucas premette di nuovo il campanello, che anche stavolta non produsse alcun suono. Arretrando di un passo guardò verso l’alto, dove si trovava il balcone della stanza da letto. Da lì, durante il giorno, si godeva la vista mozzafiato del laghetto adagiato dietro la casa e, nei momenti in cui il vento si placava, la superficie era liscia come uno specchio: una lastra scura e levigata che il lancio di un sasso frantumava in migliaia di piccole schegge.
La camera rimase buia. Neppure il cane, di cui non ricordava il nome, abbaiò e non si udiva nessun segno di quel trambusto che in genere proviene da una casa in cui gli inquilini siano stati svegliati nel cuore della notte. Nessun tonfo di piedi scalzi che scendono precipitosamente le scale; nessuno strascichio di pantofole sul pavimento di legno mentre il padrone di casa tossisce lisciandosi con la saliva i capelli arruffati.
All’improvviso la porta si spalancò, come aperta dalla mano di un fantasma. Troppe cose assurde erano accadute negli ultimi giorni perché Marc potesse sorprendersi. Perciò non perse nemmeno tempo a chiedersi perché mai, nel mezzo della notte, lo psichiatra si presentasse in giacca e cravatta, quest’ultima perfettamente annodata, come se stesse tenendo una delle sue sedute. Forse stava lavorando nel retro della casa, leggendo vecchie cartelle di pazienti o studiando uno degli enormi libri di neuropsicologia, schizofrenia, lavaggio del cervello e sdoppiamento della personalità che giacevano ovunque, sebbene già da molti anni praticasse solamente in qualità di perito.
E neppure si chiese perché prima di quel momento non avesse notato la luce che proveniva dalla stanza del camino.
Uno specchio sul cassettone ne rifletteva i raggi, così che per un attimo l’anziano professore sembrò adornato da una specie di aureola, finché non indietreggiò e l’effetto scomparve.
Marc sospirò, sfinito, e si addossò con la spalla sana allo stipite della porta, poi sollevò la mano distrutta.

ScheggeSebastian Fitzek, traduzione di Claudia Crivellaro, Elliot Edizioni, p. 360 (18,50 euro)

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