La vendetta del traduttore

Cosa succederebbe se un traduttore decidesse fare di testa propria? Se non si limitasse a “traslocare” le parole da una lingua all’altra ma, di fronte a un libercolo, decidesse di agire sul testo?
Eliminazione di un aggettivo, esecuzione di un avverbio. Addio paragrafi. Pagine.
Ed ecco che così facendo, lentamente, il testo viene cancellato e prendono corpo le note, le famose N.d.T., dove il traduttore dà libero sfogo ai propri pensieri.
Nel frattempo, però, i personaggi del Translator’s Revenge reclamano il proprio spazio e si insinuano nelle considerazioni del traduttore. I protagonisti sono uno scrittore francese, Abel Prote, autore di un romanzo dal titolo (N.d.T.) e il traduttore David Grey che lo sta traducendo in inglese.
Un romanzo nel romanzo che finisce con il trasformarsi in un duello tra scrittore e traduttore: uno che combatte per difendere la parte alta della pagina, e l’altro che cerca di acquisire spazio vitale partendo dalla parte bassa, quella delle note.

(Incipit: il testo che segue, nel libro, è scritto nelle note, mentre la parte superiore della pagina è bianca.)

* Abito qui, sotto questo tratto nero. È il mio posto, la mia dimora, la mia tana. Le pareti dipinte di bianco sono coperte da sottili tratti di lettere nere, una specie di irregolare ondulazione, di cangiante carta da parati. Benvenuto, mio caro lettore, accomodati pure oltre la soglia del mio antro. Non è certo spazioso come quello del mio vicino di sopra, ma in sua assenza accolgo qui i visitatori sviati da questa inspiegabile diserzione. So bene che eri venuto a trovare lui, caro lettore, e sei cascato qui da me. Dovrai accontentarti. Io sgomito in questo angusto spazio. Impilo queste righe affinché la mia cantina non diventi una bara, la mia stiva una tomba.
Fai come se fossi a casa tua, mettiti comodo e, se ti va, lascia pure qui fuori i salamelecchi e i convenevoli adeguati al proprietario, signore e padrone che vive e riceve al piano di sopra. Spero tu non abbia a sentirti troppo spaesato, anche se ho in serbo per te qualche sorpresa. Bada soltanto a non sbattere la testa contro il soffitto: come vedrai, l’altezza varia da un locale all’altro. Sappi inoltre che da me gli spazi sono tutti comunicanti, ma al modo di quelle stanze della servitù che talvolta si susseguono sotto il tetto degli stabili: ognuna dà sulla successiva e bisogna attraversarle tutte, per giungere all’ultima. Non che sia molto pratico, ma non c’è modo di fare altrimenti.
Di solito non ricevo nessuno qui, resto invisibile e muto, relegato sotto terra, in questo angusto spazio. Lassù, all’aria aperta, sopra questa barra, questo tombino stagno per me invalicabile, sono, sì, presente ovunque, ma in un modo che neanch’io capisco bene, sotto spoglie bizzarre, in forma ectoplasmatica, volente o nolente. Mi muovo in incognito, disincarnato fantasma docile e fedele come l’ombra al corpo, inevitabilmente a immagine dell’altro, di questo chiassoso vicino che si mostra in piena luce, dello spilungone ch’eri venuto a trovare ma che tutt’a un tratto è sparito, senza lasciare alcun indirizzo.
Questa non è vita, è a malapena esistere. Le mie note? Comparse non meno fugaci di quelle del furetto, della talpa, della stella cadente o del raggio verde: ausiliari spiegazioni dell’esegeta paralizzato dalla fede. (La Notte del Taciturno)
* Mio padre, gigante dagli occhi dolci. In francese nel testo originale, come tutti i passi in corsivo seguito da asterisco.
Compaio sempre dopo questo discreto segno tipografico a forma di stellina, l’umile asterisco. Scrivo qui a mo’ di coda di cometa nera che corre da destra a sinistra entro il margine bianco della pagina. Però ho anch’io la mia palla al piede, sono cometa non solo in negativo, ma anche al guinzaglio. Un astro domestico: lungi dal vagabondare a piacimento su e giù per il firmamento e fare di testa mia, sono invece guidato a distanza dall’asterisco superiore che chiama la nota come fa il padrone con il cane, intimandogli: «Porta!» Il bastone per traverso in bocca, lo sguardo colmo di riconoscenza e la coda fremente che batte il tempo dell’ammirazione, mi presento anch’io al cospetto del mio superiore ed esisto solo nel rapporto con lui, in rapporto a lui. Stando al suo metro, io misuro un millimetro. Ciononostante, fra un versante e l’altro della barra nera sussiste una curiosa simmetria: i due asterischi sono della stessa taglia, come se la stella del firmamento si riflettesse sul mare del mio testo. E poi, mio caro lettore, basta che tu faccia ruotare di 180 gradi il libro che al momento tieni fra le mani, per capovolgere tutto: adesso sono io che sto in alto e, raso l’orizzonte sormontato da cirri e strati d’inquinamento, la mia buona stella sovrasta quella altrui, cacca di mosca a mollo in un insipido mare di latte.
Basta.
La citazione in francese nel testo è sbagliata. Il La citazione in francese nel testo è sbagliata. Il 18 giugno del 1850, Victor Hugo scrive in realtà ne La légende des siècles (Après la bataille): «Mio padre, quest’eroe dal sorriso così dolce.» I due errori – gigante invece di eroe e occhi invece di sorriso – si spiegano forse con un lapsus di memoria.
Comunque sia, stando a tutte le testimonianze dei parenti, il padre dell’autore era di fatto un uomo autoritario, talvolta brutale, incline a spettacolari e improvvisi accessi di rabbia. Sin dalle prime pagine del suo romanzo, l’autore evoca la figura paterna: sicuramente non è casuale.

La vendetta del traduttore, Brice Matthieussent, traduzione di Elena Loewenthal, Marsilio, p. 365 (19 euro)

11 Commenti

  • Tales Teller Reply

    27 maggio 2012 at 11:33

    Impossibile non trovare un parallelismo con il più comico Campanile de “Agosto moglie mia non ti conosco” e con la mitica vendetta dell’istitutore gobbo.

    – Perché laggiù mio padre fa il porco ed il villano!
    * Il parco ed il villino cara.

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      27 maggio 2012 at 22:24

      Lei dà senso al concetto di “commento” 😉
      (Il mancato uso del “tu”, vuole sottolineare il rispetto che provo per la sua persona)

      • Tales Teller Reply

        27 maggio 2012 at 22:33

        Sappiate (e con il voi faccio scacco matto, perché supera il tu ed anche il lei) che la vostra considerazione porta le mie gote ad imporporarsi e me ad essere colto dalla necessità di ritirarmi in un angolino a disegnare cerchietti d’imbarazzo.

  • Anonimo Reply

    27 maggio 2012 at 11:47

    In parte, è il braccio di ferro colmo di sorrisi e complimenti che si instaura da sempre tra editor e autore, o no?

  • Aldo Costa Reply

    27 maggio 2012 at 19:29

    L’idea del romanzo potrebbe essere buona.
    Passando a parlare dei traduttori, credo che dovrebbero essere come gli arbitri di una partita. Se non ti accorgi che ci sono, vuol dire che arbitrano bene.
    Invece… facciamo pure dei nomi: ho letto recentemente un thriller spazzatura di Ludlum che già era insulso di suo, ma che grazie a Marta Codignola fa persino ridere. Su Laura Cangemi, che traduce i romanzi della svedese Camilla Lackberg non so cosa pensare. Mi chiedo, cioè, se sia la Lackberg a seminare ovunque frasi fatte e luoghi comuni – e la traduttrice altro non fa che prenderne atto – o se è lei, l’italiana, a infarcire le pagine di buon senso italico per far prima. L’esatto opposto si chiama Alessandra Shomroni ed è la donna che traduce Abraham Yehoshua. Se le frasi sono sempre perfette, se Yehoshua riesce ad affascinare e a tenere incollati i lettori ai suoi romanzi, che sono privi di qualsiasi tensione narrativa, il merito è anche suo.
    Ci sono anche alcuni autori italiani (Alain Elkann, cito per esempio) che più che di un traduttore, avrebbero bisogno di essere tradotti via dai carabinieri per vilipendio della letteratura italiana. Ma questo va ancor più fuori tema di quello che ho scritto prima.

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      27 maggio 2012 at 22:26

      Quando smetto di ridere, torno in tema e replico… forse!

    • Katia Reply

      16 febbraio 2015 at 18:19

      “Su Laura Cangemi, che traduce i romanzi della svedese Camilla Lackberg non so cosa pensare. Mi chiedo, cioè, se sia la Lackberg a seminare ovunque frasi fatte e luoghi comuni – e la traduttrice altro non fa che prenderne atto – o se è lei, l’italiana, a infarcire le pagine di buon senso italico per far prima.” La prima che hai detto, te lo assicuro avendo letto la Lackberg in originale!!! E se vuoi vedere di cosa è capace Laura prova “Il manifesto dei cosmonisti” di Mikael Niemi…

  • ILARIA PEDRA Reply

    27 maggio 2012 at 22:07

    Solo di recente, avendo conosciuto traduttori, mi sono resa veramente conto della grande importanza e dell’immenso valore di una traduzione ben fatta. Ho letto cime tempestose con 2 traduzioni differenti, sembrava un altro libro. D’ora in avanti mi impegno a citare sempre il traduttore nei miei post con l’etichetta “libri da leggere” e mi scuso pubblicamente per non averlo fatto prima!

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      27 maggio 2012 at 22:27

      Io farei una petizione: il nome del traduttore deve comparire in copertina. E succede solo con pochi editori. Che senso ha?

  • Enrico Oricco Reply

    28 maggio 2012 at 8:43

    Mi pare un’idea interessante e diverntente: Il geenre di “letteratura sperimentale” nel soggetto e nella forma che a me piace tanto… daprendere seriamente in considerazione…

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