Francesco Muzzopappa: volevo scrivere “lungo”

La storia di un esordio. Ce la racconta Francesco Muzzopappa. 

Diciamo che scrivere mi è sempre piaciuto.
E diciamo pure che da impiastro emotivo quale sono, la scrittura più di una volta mi ha aiutato a tirar fuori ciò che avevo dentro. Perché più che parlare, preferisco riempire fogli. Da sempre.
Ma per sfogarsi sulla carta basterebbe un diario di Poochie e una bella penna Bic.
E invece no.
La malattia è peggiorata quando intorno ai quattordici anni ho cominciato a stilare testi radiofonici per le trasmissioni che apparecchiavo in una piccola radio privata, giù in Puglia, dove sono nato e cresciuto.
Ho passato anni a conversare con gente che chiamava per le dediche a Filomena o Mariangela, “con tanto amore”(la più richiesta era la Solitudine della Pausini). E inventavo storie da raccontare.
Lavoravo anche in discoteca. Mettevo gli Ace of Base e Molella.
Nei momenti di pausa mi ritrovavo a fare “people watching”: osservavo la gente.
Normalmente queste degenerazioni mentali si curano con attente cure mediche e pesanti sedativi.
Io invece decido di tenermi il problema. E di alimentarlo, continuando a fissare le persone.

A diciotto anni mi iscrivo a Lingue e Letterature Straniere, a Bari. L’illuminazione definitiva.
Mi si spalancano le porte della letteratura. Spolpo romanzi su romanzi e tutti in lingua originale.
Io che pensavo esistesse solo la noia profonda che mi provocava la lettura de I Malavoglia e I Promessi Sposi, scopro il mondo sterminato della letteratura inglese, americana e spagnola.
Ma soprattutto scopro Swift (A Modest Proposal, in particolar modo) e Sterne (Tristram Shandy, il capolavoro della follia, il massimo esempio dell’uso smodato e creativo dei time shift).
“Cazzo! Ma allora si può scrivere anche così!”, è stata la mia reazione.
La mia percezione della letteratura di colpo cambia.
Mentre The Good Soldier di Ford Madox Ford e Sons and Lovers di D.H. Lawrence, contribuiscono a seccare le mie palle come pomodorini al sole, mi immergo nella lettura di capolavori dell’umorismo di stampo anglosassone.
Comincio a scrivevo piccole cose: appunti, il più delle volte dialoghi.
Qualcosa inizia a bruciarmi dentro. E non è un herpes zoster.

Quando mi trasferisco a Milano per lavorare in pubblicità come copywriter, mi rendo conto che la scrittura per la reclame, quella corta e stringata che deve stare nei 30” di uno spot televisivo o radiofonico, non mi regala la piena possibilità di esprimermi. Volevo scrivere lungo.
Il 2007 è l’anno. Insieme al progetto “Fiabe brevi che finiscono malissimo” (da cui ho ricavato un blog solo l’anno scorso), butto giù il mio primo romanzo, “La vita che non ho”.
Ci credo molto, lo metto a posto, provo a mandarlo in giro ma niente. Rimane lì.

Mi prendo tutto un anno per abbattermi e lo faccio per bene, ripetendomi frasi come “sono un fallito”, “ma cosa cazzo credevo di fare…” con la stessa espressione disperata di Rossella O’Hara abbandonata da Rhett Butler.
Poi in qualche modo mi convinco che se voglio tagliare un traguardo non devo badare agli ostacoli.
Così decido che il 2009 è l’anno da dedicare alla scrittura.
Complice il fatto che la mia ragazza dell’epoca si rivela una stronza e mi lascia senza spiegazioni, mi chiudo in casa e mi immolo sull’altare dell’ascetismo, trasformando la mia stanza in una specie di eremo tibetano: non esco, mi inchiodo davanti al pc e tiro fuori nell’arco di 12 mesi 6 dico 6 romanzi, uno dopo l’altro.
Forse non tutti capolavori (anzi, lo do per certo) ma non mi importa. Voglio solo scrivere. Capire cosa ho da dire.
Autoanalisi? Forse.
Follia? Probabile.
Mancanza di una donna? Perché no.
Scrivo di mattina, di sera. Prendo ferie per scrivere: durante l’estate scrivo, mi alzo all’alba e scrivo, non esco con gli amici e scrivo, non scopo per un anno e scrivo.
Scrivo anche durante il pranzo di Pasqua.
Scrivo continuamente, in maniera ossessiva.
Cerco di trovare un mio stile e nel frattempo continuo a spolpare romanzi.

Nel 2010 ci riprovo.
Invio due miei racconti in giro: il primo, molto serio, ad Atti Impuri, una rivista che decide di pubblicare il mio Annegare. Il secondo, La luce del Natale, a un concorso indetto da Cooper/Castelvecchi. Arrivo in finale, mi pubblicano nell’antologia.
Contemporaneamente, accelero.
Mi iscrivo alla scuola di Raul Montanari, scrittore spettacolare con una mente grande quanto la casa del Grande Fratello. Imparo a non perdere tempo, a lavorare in maniera proficua incanalando le energie per raggiungere il risultato senza troppi spargimenti di sangue. I miei racconti, intanto, piacciono al Maestro, che mi incoraggia a scrivere un intero romanzo, qualcosa di nuovo.
E io l’idea ce l’ho.
Stesa la scaletta (l’intelaiatura dettagliata del romanzo) e i primi due capitoli, vengo segnalato per partecipare a Esor dire”, un concorso che raccoglie talenti emergenti.
Io, giovane talento, partecipo sperando.
Loro il mio talento non lo vedono e mi buttano fuori senza né grazie né arrivederci.
“Chissenefrega”, dico, avendo a mente le parole di Basquiat: “Io sono fatto così. E se non piaccio, be’, che si fottano”.
Con questa predisposizione d’animo, gentile e delicata, non mi abbatto e lavoro ancora sul romanzo, stendendo meglio la trama e curando ogni tempo comico.
Nasce “Una posizione scomoda”, il mio primo pupo.
Lo faccio leggere in giro, ascolto pareri.
Decisivo quello di Pepa Cerutti.
Il romanzo è concluso. Blindato.
L’agente Loredana Rotundo decide di rappresentarmi. Grazie al suo lavoro prezioso, Alice di Stefano, editor di Fazi, legge il romanzo e lo trova giusto per la linea editoriale della collana Le Meraviglie.
Arriva il contratto. Ma il lavoro non è finito. Mettiamo a posto il testo, aggiungendo un intero capitolo.
Il romanzo esce il 21 marzo, sera.
Dal 22 si parla del mio “pupo” su riviste, radio, quotidiani, blog.
Dal 22 marzo al 30 (più o meno) vivo in uno stato costante di trance.
Mi ripeto che questa cosa non sta succedendo a me ma a un altro che casualmente ha il mio stesso nome e cognome. Al solito, non riesco a maneggiare emozioni che non conosco e mi chiudo in una specie di mutismo zen.
Nel giro di poco viene pubblicata la ristampa.
Il cinema mi cerca per opzionare il romanzo.
Ricevo affetto, nuove amicizie su Facebook.
Mi sento spaesato, a volte. Non è che mi renda ancora conto.
Con gli apprezzamenti cominciano ad arrivare le prime critiche.
Queste le più memorabili:
“È solo una commedia.”
“Fa ridere. Ma un romanzo è un’altra cosa.”
“Le risate vanno bene in tv, non sui libri.”
“Bravo, sì, ma non è Baricco.”

Mi rendo conto che avessi scritto una storia in cui un uomo, accoltellato dal padre ubriaco dopo una violenta lite con una mamma prostituta, in fin di vita viene salvato da un cane che appartiene a una ragazza cieca che riacquista la vista grazie a un veggente che fissandola negli occhi le dice “TU SEI UN ANGELO!”, forse avrei avuto più apprezzamenti, con critiche del tipo:
“Straziante! Finalmente il romanzo che tutti aspettavano”.
“Spinge alle lacrime.”
“Bravo, sì, ma non è Baricco.” (Ancora?!)

Incasso giudizi e pregiudizi.
Che mi piaccia o no, la macchina funziona così. È inevitabile.

Ora.
So che la strada sarà in salita.
So che scrivere commedie non mi aiuterà a diventare né ricco, né famoso, né apprezzato dai critici col naso storto.
Pazienza. La Mazzantini c’è già, Gramellini c’è già e, sì, anche Baricco c’è già. Tutti degni di stima e rispetto. Io non voglio essere loro e di certo loro non vogliono essere me.
Credo però che il mondo sia grande abbastanza da contenere persino i miei libri e il mio registro.
Non posso fare altro che continuare a scrivere a modo mio.
Scrivere commedie mi ha già aiutato a superare momenti difficili.
Ringraziando i miei lettori e la gente che mi vuole bene, continuerò a lavorare come posso, cercando di scansare le pressioni di chi mi vorrebbe impegnato a scrivere storie che non mi somigliano.
In fondo non ho altra scelta.
Come diceva Wilde, “non puoi che essere te stesso. Tutti gli altri sono già occupati”.

Francesco Muzzopappa

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0 Commenti

  • sandra Reply

    7 ottobre 2013 at 16:56

    Ma da quanto tempo non sentivo nominare Tristram Shandy? Grazie per avermelo ricordato. BACIONE E GO ON la strada è tracciata

    • Francesco Muzzopappa Reply

      7 ottobre 2013 at 17:06

      Tristram Shandy è un capolavoro di follia che ho scoperto per caso grazie a una prof illuminata ai tempi della gloriosa facoltà di Lingue e Letterature straniere a Bari. E’ colpa sua se ho divorato Dylan Thomas, subito con piacere le contaminazioni di Beckett e compreso che la letteratura, con buona pace dei professoroni dalla matita rossa, se ne frega delle convenzioni e (come nel caso di Sterne) ha la libertà di presentarsi un po’ come le pare. E ti ringrazio, Sandra, per l’incoraggiamento. Mi servirà.

  • sandra Reply

    7 ottobre 2013 at 21:06

    Prego! : ) Metto il lista il tuo libro. Sei il primo dei 4 In principio fu che ha risposto ai miei commenti. Il che ti fa onore.

  • sandra Reply

    7 ottobre 2013 at 21:36

    Devo fare una selezione, ho trovato un nuovo metodo di scelta.

  • sandra Reply

    2 novembre 2013 at 14:57

    Ogni promessa è debito e io sto leggendo il romanzo di Muzzopappa con gran godimento, e visto il tema, mi pare il minimo. Grazie per la segnalazione, grazie per la simpatia di questo autore al quale auguro il meglio e ancora di più. Consigliatissimo per una lettura divertente e profonda, offre anche un interessante e originale approccio linguistico: dialoghi privi di virgolette, una scrittura asciutta e secca, senza fronzoli, e chi scrive sa bene quanto sia difficile, e spesso d’obbligo, togliere anziché aggiungere. Ti mando un abbraccio Francesco, spero che tu possa rimanere quello che sei: uno scrittore che risponde ai commenti dei lettori. Io continuerò a essere diabolica.

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